La figlia delle cave di Altai

Excavation in the East Gallery of Denisova Cave, August 2010

Il cespuglio dei nostri ascendenti più prossimi si è arricchito di un nuovo tassello. Nelle cave di Denisova, in Siberia, l’esame genetico di un piccolo frammento di osso ha dimostrato che apparteneva a una ragazza di circa 13 anni vissuta 90.000 anni fa. Sin qui niente di particolare salvo il fatto che l’esame del suo genoma ha dimostrato che aveva una madre Neanderthal e un padre Denisoviano. E’ il primo caso descritto di incrocio fra le due distinte specie che hanno dato vita a una discendente. Continua a leggere

La rovinosa caduta di Hans Asperger


Al pediatra austriaco Hans Asperger viene riconosciuto tardivamente il ruolo di pioniere degli studi sull’autismo. Nasce a Vienna nel 1906 e per paradosso la sua infanzia solitaria, e la difficoltà ad avere rapporti sociali con i suoi coetanei, ha spinto molti a credere che soffrisse dello stesso disturbo che avrà modo di studiare molto più tardi. Nel 1938 pubblica un lavoro in cui descrive una “psicopatia autistica” a cui nel 1944 dedica la sua tesi di dottorato. Ma nuove rivelazioni ne chiariscono alcuni lati oscuri del suo passato. Continua a leggere

Seconda condanna per Massimo Bossetti


L’omicidio di Yara Gambirasio, per cui è stato condannato all’ergastolo Massimo Bossetti (condanna in primo grado ora confermata in appello) ha scatenato in rete una folla di innocentisti. Non meraviglia affatto perché il Dna è un argomento tecnicamente «duro» e poi perché nel caso Gambirasio il Dna è tutto: ci sono altri indizi, ma la prova più schiacciante viene dalle tracce biologiche trovate sul corpo della vittima. A Bossetti si arriva solo nel 2014 per cui tutte le analisi relative al cosiddetto “Ignoto 1” sono state effettuate nei tre anni precedenti e all’insaputa del collegio di difesa che poi rappresenterà l’imputato. E’ una violazione dei diritti della difesa? In estrema sintesi il problema è quindi il seguente: il Dna di Ignoto 1 è lo stesso di Massimo Bossetti? Continua a leggere

Terrorismo: la profezia di Abu Mus’ab al-Suri

 


Sette morti e almeno 48 feriti nell’ultimo attacco che ha colpito Londra ieri. E’ il terzo in tre mesi e da marzo ad oggi ne sarebbero stati sventati altri cinque. E’ un bollettino di guerra a cui forse bisognerà abituarsi. Peccato che non arriva come un fulmine a ciel sereno e che simili azioni siano destinate a ripetersi nel prossimo futuro. A Torino, durante la diretta della partita di Champions League, la folla ha tentato di fuggire da Piazza San Carlo, dopo un falso allarme, e ha calpestato 1.527 persone. Otto di queste sono ricoverate con un codice rosso e le condizioni di tre sono particolarmente critiche. Se si guarda al modus operandi degli ultimi attentati londinesi si può facilmente concludere che si tratta di “cani sciolti” o di terroristi improvvisati che non hanno una solida preparazione militare come è avvenuto in altri casi. Ma conta poco. Si sta avverando la profezia dell’ideologo siriano Abu Mus’ab al-Suri che nel 2004 predicava l’avvento del jihad globalizzato e sfrancato dalle principali organizzazioni terroristiche. Il suo libro The Global Islamic Resistance Call, pubblicato su internet nel dicembre di quell’anno non solo ha fatto scuola, ma si è imposto come unica strategia possibile. Siamo al terrorismo fai da tè, ognuno fa quello che può e per conto suo. Ed è difficile difendersi da un pericolo così misterioso ed evanescente. L’onda lunga di questa tattica ci porta a Torino, dove l’attacco terroristico non c’è ma c’è il suo fantasma che è altrettanto efficace. Continua a leggere

La prova regina. Una recensione di Gilberto Corbellini


Delitto e castigo genetico
Per secoli la «regina delle prove» era la confessione. Confessio est regina probationum, recita un brocardo giuridico del sistema inquisitorio, che si affermò in occidente con la forma del diritto canonico di Innocenzo III. Per i governi repressivi teocratici e monarchi tardomedievali e moderni si trattava di una strategia processuale del tutto funzionale, visto che una confessione la si poteva sempre estorcere con la tortura.
Quando Cesare Beccaria smontò il valore probatorio della confessione ottenuta mediante tortura, i tempi stavano cambiando. La vita in occidente cominciava a essere illuminata dalla razionalità e si capiva quali danni potessero fare i pregiudizi. Si trattava di una luce che veniva dal nord-ovest del continente europeo, registrava un dialogo epistemologico piuttosto stretto fra il diritto consuetudinario, con il suo impianto accusatorio, e il metodo scientifico. Serviranno ancora diversi decenni perché anche il pensiero giuridico continentale cominci a essere rischiarato da un diritto più attento ai fatti, e disposto a riconoscere la superiore affidabilità del giudizio emesso da una giuria indipendente che pondera le prove discusse pubblicamente dall’accusa e dalla difesa. Il sistema accusatorio alla fine è il migliore, benché non sia perfetto (ma tutti gli altri sono peggio), da usare a garanzia dei diritti fondamentali dell’imputato come persona, e quello più coerente con i principi delle liberaldemocrazie. L’approccio accusatorio privilegia inevitabilmente delle prove scientifiche.
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Corea del Nord-Usa, quasi un doppio bluff


I telegiornali ci avevano scommesso, giorni e giorni di minacce da una parte e dall’altra, flotte in movimento per arrivare nelle acque coreane. Ma non è successo niente. Anzi questo test nord-coreano nella tarda domenica, ora locale, è stato un flop. Trump giocava a golf e al personale della Casa Bianca è stato dato un giorno di riposo da trascorrere con i propri familiari. Ma che razza di crisi è? Continua a leggere

La Corea del Nord non è governata da un pazzo, anche se ci fa comodo crederlo


Il dittatore nord coreano Kim Jong Un non è un pazzo e non è assistito da militari fuori di senno e assetati di sangue. Neanche Trump, che ama le iperbole, può giocare d’azzardo, bombardare qualche struttura militare di Pyonyang comporta qualche rischio. I due contendenti, quindi, non si muovo alla cieca, perché debbono rispettare le leggi della dissuasione. Il rebus di cosà farà uno dei due e come risponderà l’altro non è un gioco a somma zero anche se i telegiornali e i media in generale amano l’hype, ovvero le esagerazioni. Che si sia vicino a una guerra vera è cosa abbastanza improbabile, perché non conviene a nessuno dei due. Se non si impara questa lezione non si fa alcun passo avanti per capire come funziona la dissuasione. I militari, di una parte e dell’altra non sono a digiuno delle regole che governano la teoria dei giochi. E’ bene non cadere in facili tranelli. Continua a leggere