La sismologia difensiva

E’ nata la «sismologia difensiva», nessuno ne ha dato annuncio anche perché il termine ancora non esiste. L’evacuazione della Garfagnana ha dato la stura a una serie di commenti sulle ricadute della sentenza dell’Aquila: i tecnici dell’INGV hanno usato un linguaggio più crudo del solito? La Protezione Civile ha scelto una via difensiva allarmando più del dovuto i sindaci? L’unica cosa certa è che la sentenza aquilana ha prodotto un cambio di paradigma, obbligando a una nuova visione delle policies per la gestione del rischio. E’ meglio passare una notte fuori di casa che avere centinaia di vittime? Certamente sì, ma si tratta di un cortocircuito tipicamente italiano, come se fosse sempre possibile dare risposte semplici a problemi molto complessi. La polarizzazione fra innocentisti e colpevolisti, dopo il processo dell’Aquila, infatti libera il campo da una serie di fattori duri ed ostici, quelli che determinano la natura di eventi a bassa probabilità statistica, ma ad altissima intensità.


Il termine che abbiamo utilizzato all’inizio di questo post è una libera estensione della cosiddetta «medicina difensiva» su cui ormai esiste una vastissima letteratura. Ma in dettaglio di che si tratta? Ne sono stato testimone qualche anno fa quando ho avuto necessità di un breve ricovero ospedaliero per una serie di analisi. Nella stessa stanza c’era un signore che lamentava la perdita di sensibilità a una gamba, presumibilmente dovuta alla compressione di una radice nervosa nella schiena. Prima dell’operazione  l’anestesista aveva comunicato al paziente che l’intervento presentava dei rischi e si era soffermata a lungo per descriverli in dettaglio. Il mio vicino di letto era molto turbato ma presumo non avesse altra scelta che sottoporsi all’operazione. Uno specialista che conosco da molto tempo mi ha potuto confermare che in quel caso gli eventi avversi, contemplati dalla statistica, erano di qualche punto percentuale, non diversamente da quanto previsto in altri interventi che non si possono considerare di routine. Insomma un caso abbastanza classico di medicina difensiva, dove il medico espone il caso in modo drammatico più per schivare un’eventuale causa legale che per informare correttamente il paziente. In questo modo salta la valutazione oggettiva di rischio-beneficio, aggiungeva il mio amico, sacrificata per la pura tutela di interessi professionali. Negli Stati Uniti, dove la medicina difensiva è nata, questo approccio lo si pratica spesso in modo estremo, e ci sono chirurghi che si rifiutano di effettuare interventi se la percentuale di successo non è molto elevata (questo accade se non hanno la possibilità di pagare salate parcelle assicurative). Si può sempre dire, ed è corretto, che in fondo la decisione finale spetta sempre al paziente, ma dipende dalle sue conoscenze e da quanto è in grado di valutare «tecnicamente» il caso specifico e pesare correttamente la qualità di vita a cui ambisce rispetto al rischio che presenta l’intervento. Il mio amico, a cui l’ironia non difetta, dice che da una medicina paternalistica – dove è il medico a gestire il caso, a volte tacendo al paziente dettagli di non poco conto – si è passati a una medicina difensiva con un repentino ribaltamento. Non ho competenze giuridiche ma ho il radicato sospetto che la medicina difensiva sia qualcosa di molto vicino al «procurato allarme».

Insomma qual è la morale della favola? Esagerando si può dire che da una sismologia paternalistica siamo passati a una versione difensiva. Ovviamente la recente evacuazione della Garfagnana la si può considerare una forma di tutela (meglio passare una notte all’aperto che contare le vittime del terremoto il giorno dopo), ma questo schema non funziona perché è riferito a un singolo evento mentre bisogna guardare alla serie. Se il cambio di paradigma c’è stato, lo vedremo, allora il problema va considerato in tempi lunghi e conoscendo le condizioni in cui versa il Bel Paese, in fatto di difesa per gli eventi naturali, di evacuazioni inutili ce ne saranno molte (con commenti esattamente contrari a quelli che leggiamo oggi sui giornali).

Si può fare qualcosa per raddrizzare questa stortura? Ovviamente sì, ma la strada è molto lunga e anche molto in salita. Forse bisognerebbe partire dagli elementi di base e fare tesoro di quanto si può leggere in  The Honest Broker: Making Sense of Science in Policy and Politics di Roger Pielke Jr, uno specialista di gestione del rischio in condizione di incertezza che è stato per darwin un punto di riferimento sull’argomento (faceva parte del board editoriale della rivista).

  1. Pingback: Sul potere delle parole /2 « il mondo sommerso

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