L’era dei droni

Droni Time

Il settimanale Time di questa settimana ha dedicato la copertina ai droni. La New York Review of Books un lungo articolo di David Cole richiamato sempre in copertina. Insomma questi oggetti volanti pilotati in remoto sembra siano destinati a diventare la nostra dannazione perché minaccerebbero la nostra privacy (questa è la tesi di Time). Molte metropoli americane sono così inzeppate di videocamere di sorveglianza che se il problema è tutelare la riservatezza dei loro cittadini allora il coperchio della pentola è già saltato. Non credo che a Roma o Milano le cose vadano molto diversamente, visto che la polizia risolve molti casi proprio ricorrendo a questi impianti di videosorveglianza. Questo per dire che la tesi del settimanale americano sembra un po’ fantasiosa: c’è da dubitare fortemente che un padre apprensivo si prenda la briga di comperare un quadcopter – e di imparare a pilotarlo − per seguire le mosse del figlio. Troppo faticoso, anche perché esistono ausili tecnologici più efficaci e meno costosi.  Tutte le volte che all’orizzonte si affaccia una nuova tecnologia si finisce fatalmente per evocare lo slippery slop, ovvero quando un piccolo passo ci porta sul ciglio del baratro. Ma su David Cole e le 13 domande che gira al nuovo direttore della CIA ho riflessioni più interessanti da fare.

Per chi segue le vicende del terrorismo David Cole è una vecchia conoscenza: il docente della Georgetown University ha pubblicato un libro sull’argomento nel lontano 2003 (Nemici alieni, doppi standard e le libertà costituzionali nella guerra al terrorismo), poi quattro anni dopo un secondo saggio (Meno sicuri e meno liberi, perché l’America sta perdendo la guerra al terrorismo). Infine tre anni fa un ennesimo libro sulle torture di Guantanamo.

Con la dissoluzione dei blocchi siamo entrati nell’era delle potenze regionali e siccome la potenza militare degli Usa non consente confronti sul campo siamo lentamente scivolati in una nuova frontiera del conflitto: nel 1989 un saggio pubblicato negli Usa dalla Marine Corp Gazette  annunciava l’avvento della quarta rivoluzione (The Changing Face of War: Into the Fourth Generation) mentre dieci anni dopo due colonnelli cinesi – Qiao Liang e Wang Xiangsui − teorizzano il conflitto asimmetrico  (Unrestricted Warfare). Questi due testi sono considerati, a vario titolo, i battistrada del nuovo pensiero strategico nell’era dei conflitti regionali, anche se presentano un diverso focus: il saggio della Marine Corp Gazette  prende semplicemente atto che le guerre convenzionali (vecchia maniera)  non sono più riproponibili, salvo particolarissime situazioni: «le possibilità offerte dalla robotica, dai velivoli pilotati in remoto e dall’intelligence artificiale offrono un potenziale per cambiare radicalmente le tattiche… Piccoli gruppi altamente mobili, composti da soldati preparati e dotati di armi ad alta tecnologia, possono operare su vaste aree alla ricerca di bersagli critici. Questi bersagli potrebbero essere più nel settore civile che in quello militare; i termini fronte-retrovia saranno rimpiazzati da obiettivi colpibili e non. Tutto questo può cambiare radicalmente il modo in cui le forze militari sono strutturate e organizzate».

Il testo dei due colonnelli cinesi si occupa invece di come un paese in via di sviluppo può tenere testa  a una grande potenza nonostante la sproporzione delle forze in campo. Qiao Liang, in una citatissima intervista al giornale della gioventù comunista cinese, ne offre una versione sintetica: «la prima regola della guerra senza restrizioni è che non ci sono regole, nulla è proibito». Poi elaborando la sua tesi aggiunge che le grandi potenze non possono usare lo stesso approccio nei confronti dei paesi più deboli «perché i paesi forti hanno delle regole, per quanto se una diventa troppo vincolante cercano di non rispettarla sfruttando qualche scappatoia. Gli Stati Uniti non rispettano quelle dell’Onu, in specie se non gli consentono di raggiungere i loro obiettivi. Resta il fatto che non possono violarle oltre un certo punto, altrimenti perderebbero credibilità nei confronti del mondo». Il saggio di Qiao Liang e Wang Xiansui, è considerato da molti un testo di filosofia militare, ma resta comunque il fatto che invita ad approfittare del tallone di Achille delle grandi potenze: è il loro stesso sistema di valori, tradotto in un quadro giuridico, a renderle vulnerabili. Questo punto è abbastanza fondamentale per illuminare il dibattito americano su come si combatte la guerra al terrorismo che fatalmente collide con il quadro di garanzie previste dalle norme di quel paese. Il metodo più efficace per combattere le cellule «in sonno», prima che siano in grado di compiere attentati, è il data mining, in altri termini si viola la privacy di moltissime persone  per catturare qualche terrorista. Ne ha fatto un grande uso la Gran Bretagna – e con risultati positivi − che ha la più grande comunità musulmana in Europa dove si annidavano cellule di fondamentalisti. Gli Stati Uniti possono eliminare nel Waziristan i leader di al Qaida con dei droni armati di missili Hellfire?  Ovviamente no, lo sostiene un rapporto dell’ONU, perché si stanno assassinando dei civili la cui affiliazione al movimento terrorista è presunta. Lo stesso accade in Yemen, dove peraltro non è mai stata dichiarata una guerra a differenza di quanto avvenuto in Iraq e in Afganistan, e forse in un’altra mezza dozzina di paesi. Il paradosso della sinistra americana, di cui David Cole è un rappresentante di un certo nome, è che ragiona a prescindere dal problema e dalla posta in gioco.

La strategia dei droni nasce dopo gli attentati alle Torri Gemelle del 2001, per volere dell’allora presidente Bush, ma paradossalmente viene massicciamente applicata con l’arrivo alla Casa Bianca di Barak Obama: in soli nove mesi i droni avrebbero compiuto più missioni che durante l’intero doppio mandato di George W. Bush. La New America Foundation sostiene che gli attacchi letali dei droni nei confronti di leader talebani e di al Qaida siano stati solo 2 nel 2005, ma salgono a 118 nel 2010. Perché Obama, che pure è molto sensibile al tema dei diritti civili ha preso questa decisione? Forse perché non aveva altre opzioni sul tavolo. Il suo advisor per il contro-terrorismo, John Brennan, sostiene che la lotta ad al Qaida sia a buon punto: «se la colpiamo duramente e insistentemente – è la filosofia di Brennan – arriverà il momento in cui l’organizzazione non sarà più in grado di rimpiazzare i quadri necessari a sostenere le loro operazioni».

Che i droni siano la vera spina nel fianco di organizzazioni terroristiche lo rivelano alcune lettere di Osama bin Laden trovate nel suo rifugio di Abottabad, in Pakistan.  In molte missive Osama ricorda ai suoi adepti, quasi ossessivamente, che i loro spostamenti possono essere «tracciati» dai droni di sorveglianza, che bisogna controllare i bambini – che debbono rimanere in casa e uscire solo per estrema necessità – che all’aperto un adulto deve vigilare che non alzino la voce. Non bisogna incontrarsi per strada – aggiunge in un’altra missiva del 2011 – le comunicazioni vanno fatte per lettera, non bisogna usare il cellulare e se proprio è necessario convocare una riunione è meglio utilizzare un tunnel stradale, come quello tra Kuhat e Peshawar, piuttosto che una casa privata. Tutte queste disposizioni hanno senso perché è ormai noto che la Cia ha organizzato una larga rete di informatori nei territori a controllo tribale a cui ha consegnato dei microscopici rivelatori di posizione che poi vengono messi dentro una macchina, ma anche nei vestiti o negli effetti personali della persona da segnalare ai servizi americani.  Una flottiglia di droni per la ricognizione e la vigilanza elettronica fa il resto: se un capo-cellula è tracciato si accumulano informazioni sulle persone che frequenta anche attraverso i suoi spostamenti. Questo consente agli analisti di disegnare una «rete» di rapporti, un organigramma dell’organizzazione su base locale, e di far entrare in scena i droni armati di missili Hellfire al momento opportuno.

Quanti adepti di al Qaida sono stati eliminati fisicamente con questo sistema? Ovviamente il dato è classificato, ma esiste un elenco della rivista Long War Journal secondo cui sarebbero almeno 82. Ovviamente si tratta di personaggi di spicco dell’organizzazione, il gotha di al Qaida, quindi la cima dell’iceberg delle eliminazioni mirate della Cia, peraltro ricavate dai soli resoconti giornalistici. Al riparo dagli occhi indiscreti dei media gli eliminati potrebbero essere molti di più: fonti dell’intelligence pakistana, ad esempio, sostengono che potrebbero essere fra 700 e 800.

Quindi non meraviglia che negli Usa la guerra dei droni sia vista come il fumo negli occhi dai movimenti per i diritti civili. Sono diversi anni che prestigiosi istituti di giurisprudenza americani si sono buttati a capofitto sul tema pubblicando rapporti su rapporti. Leggendoli se ne ricava sempre l’impressione – almeno questo è quello che accade a me − che siano afflitti da una gigantesca rimozione del vero problema. Cos’è il Waziristan e perché questo territorio è diventato determinante per le sorti del terrorismo? Le zone a controllo tribale (o FATA), una regione cuscinetto fra il Pakistan e l’Afghanistan, sono una sicura retrovia controllata dai fondamentalismi islamici. I talebani e i gruppi come al Qaida sono nati e cresciuti in Afghanistan durante la guerra di liberazione seguita all’invasione sovietica di quel paese. Ma ad istruirli, a coordinarli e a portarli alla vittoria è stato l’ISI, il servizio segreto pakistano, come racconta uno straordinario libro di Mohammad Yousaf (The Bear Trap), allora responsabile per l’ISI dell’Afghan Bureau. Alcuni sostengono che questo legame di ferro con i talebani e i qaedisti abbia valore ancora oggi, forse per la presenza di frange deviate dell’ISI, visto che talebani sono responsabili di molti attentati in Pakistan nonostante nel 2005 sia stato firmato un accordo con il governo centrale (anzi gli attacchi sono aumentati). Se si guarda a molti attentati dell’ultimo decennio in Europa, negli Stati Uniti e in Medio Oriente, e riferibili  al Qaida, la retrovia dove addestrare i terroristi è quasi sempre la stessa: i territori ad amministrazione tribale.

Da un punto di vista militare la guerra dei droni avrebbe una giustificazione strategica, perché re-simmetrizza il conflitto: come dire che combatte formazioni terroristiche con la stessa tecnica dei colpi di mano mirando a destabilizzare il centro di gravità di queste organizzazioni. Ma questo può diventare un discorso molto noioso.

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