Zero Dark Thirty

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Oggi esce nella sale italiane Zero Dark Thirty, il film di Kathryn Bigelow dedicato alla caccia di Osama bin Laden. Descritto da molti recensori come un lungometraggio di taglio quasi documentaristico ha scatenato un incandescente dibattito negli Usa. Per quanto un film sia sempre una libera trasposizione di fatti realmente avvenuti o meno, è fatale che nel caso di Zero Dark Thirty le aspettative fossero altre: intanto l’eliminazione di Osama bin Laden ha giocato un ruolo non marginale nella rielezione di Barak Obama, anche se c’è stata qualche polemica strumentale durante la lunga campagna per le presidenziali, ma per altri versi il blitz di Abbottabad è un evento quasi storico, se si considera lo shock provocato nell’opinione pubblica americana dall’attentato alle Torri Gemelle. Insomma non siamo davanti a un fatto qualsiasi. Il film della Bigelow ha diversi punti deboli, e da qui le polemiche, ma due hanno un valore molto particolare: il primo riguarda il peso che gli interrogatori di Guantanamo hanno avuto nella caccia a bin Laden, il secondo è il ruolo rappresentato dall’agente Maya nella raccolta delle informazioni che porteranno al risultato finale di Abbottabad.

Il film della Bigelow è per una buona prima parte dedicato agli interrogatori di Guantanamo, ma il valore che rappresentano è fortemente sopravalutato. Gli interrogatori che prevedono il ricorso alla tortura, in specie se si tratta di adepti di al Qaida, non danno quasi mai risultati eclatanti nella raccolta di informazioni. Lo dimostra un manuale delle forze speciali americane che prescrive il comportamento da tenere sotto tortura una volta catturati. Siccome lo si trova in rete è molto probabile che fosse nelle mani dell’organizzazione terroristica. Sotto tortura è necessario collaborare fornendo informazioni di carattere generale, facendo i nomi di più persone possibili e raccontando una storia di copertura che sia verosimile. Il risultato da raggiungere è di prendere tempo e di sembrare collaborativi. Questo non fa sì che le torture cessino, ma che durino meno e siano meno estreme rispetto a quelle di chi sceglie la strada del silenzio totale. Siccome il materiale sugli interrogatori di Guantanamo è stato quasi interamente declassificato abbiamo un’idea generale dei risultati che sono stati ottenuti. Resta il fatto che per un paese come gli Stati Uniti sottoporre a tortura un terrorista è una tattica stupida e poco efficace, ma soprattutto un comportamento inaccettabile sul piano etico. Da questi interrogatori abbiamo comunque una prima indicazione su quello che poi verrà definito «il corriere di bin Laden», ma risulta anche che informazioni più dettagliate e credibili siano arrivate da un prigioniero catturato dalla milizia curda che poi ha scelto di collaborare con la CIA, presumibilmente in cambio della libertà, visto che di lui si è persa ogni traccia. Altri dati li abbiamo dal manuale per gli operativi di al Qaida trovato in un covo a Manchester. In questo caso le indicazioni sono soprattutto relative ai problemi di segretezza e alla compartimentalizzazione delle cellule. Gli adepti di al Qaida hanno sempre avuto molti alias, o nomi di battaglia, proprio per garantire forme di sicurezza interna, per cui risalire alla loro vera identità ha richiesto complesse indagini sul campo.
Una indicazione piuttosto chiara su chi ha realmente consentito alla CIA di risalire alla casa di Abbottabad, dove poi è stato ucciso bin Laden, la si ricava dalla tecnica del blitz – su cui sono stati diffusi molti particolari – e soprattutto da una lunga serie di incongruenze. Il compound di bin Laden era a soli 1.300 metri da quella che viene considerata la West Point del Pakistan, la più famosa accademia militare del paese, i corpi speciali arrivano con due elicotteri ma uno stalla e impatta sul terreno. Viene richiesto l’arrivo di un gigantesco Chinook, un elicottero da trasporto, che stazionava in una zona desertica a circa 15 minuti di volo. Ad Abbottabad abbiamo quindi due elicotteri con i motori accesi durante tutta l’operazione, è lecito credere che facessero un baccano infernale che si poteva sentire da chilometri di distanza, ma non c’è nessun intervento delle forze pachistane. Dopo più di un’ora dall’inizio dell’operazione i due velivoli ripartono trasportando il cadavere di bin Laden e una gran quantità di cose sequestrate nella casa. Non verranno mai tracciati dal sistema radar pachistano e rientreranno alla base da cui sono partiti in Afghanistan. La verità più probabile è che i servizi segreti pachistani siano la vera fonte di informazione per il blitz e che abbiano deciso di non interferire. Non sappiamo cosa possa aver ottenuto in cambio il governo di Islamabad, anche se all’indomani del blitz verrà diffuso un comunicato in cui ci si lamenta, ma debolmente, per la sovranità violata.
Altre polemiche sono nate sul ruolo dell’agente Maya che nel film viene descritta come colei che ignorando il parere della sezione controterrorismo della CIA arriva al risultato in un testardo sforzo quasi solitario. Alcuni ex agenti operativi della CIA, che oggi si sono ritirati a vita privata, hanno lungamente ironizzato sui loro blog su questa ricostruzione. Il team leader delle forze speciali che hanno compiuto il raid – Matt Bissonnette − ha scritto un libro (No Easy Day) in cui la cita in tre occasioni con un nome di fantasia. Per molti Maya è semplicemente un agente di collegamento, peraltro di basso rango, mentre il vero lavoro di intelligence è stato fatto dagli analisti di Langley e soprattutto dagli agenti operativi «sul campo». L’incursione di Abbottabad presentava qualche rischio, le persone coinvolte erano troppe e nessuno si sarebbe mai sognato di «bruciare» un agente operativo la cui formazione richiede più di un decennio di lavoro.

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