L’attacco al consolato di Bengasi

PD57513515_LIBYA-A_2340247bSull’attacco al consolato americano di Bengasi dell’11 settembre del 2012 sono stati versati fiumi di inchiostro, ma il quadro risulta ancora oggi fumoso e viziato da molte incongruenze. L’assalto al consolato farà quattro vittime: l’ambasciatore Chris Stevens, Sean Smith del Dipartimento di Stato, Glen Doherty e Tyrone Woods, due ex navy seals che garantivano la sicurezza di un compound della CIA. Lo shock prodotto dall’agguato alla rappresentanza americana di Bengasi lascerà una lunga coda di polemiche: i repubblicani accusano Barak Obama e il Dipartimento di Stato di aver nascosto la verità − Hillary Clinton è ricoverata in ospedale – e la ricostruzione dei fatti della stampa è talmente viziata da partigianerie politiche da produrre profonde divisioni anche nell’ambiente dei media. Sull’attacco di Bengasi è stato reso pubblico il Rapporto di una Commissione di Inchiesta, voluta dal Segretario Hillary Clinton, ma anche questa ricostruzione ha molte zone d’ombra. Due giorni fa è uscito un libro sui fatti di Bengasi firmato da Jack Murphy, un ex berretto verde, e Brandon Webb, un ex navy seal. Entrambi hanno combattuto in Iraq e in Afghanistan, oggi sono entrambi editor di un portale dedicato al mondo delle forze speciali (SOFREP). Il libro, Benghazi, The Definitive Report, che è già al primo posto nella lista degli ebook «non fiction» di Amazon, racconta i fatti dell’11 settembre del 2012 ricorrendo a testimonianze nel mondo dei contractor che operavano in Libia in quel periodo. Non si può pretendere che risolva definitivamente il caso, ma alcune testimonianze inedite consentono di capire meglio il quadro generale che renderà possibile l’attacco al compound di Bengasi che non è difeso in modo adeguato, nonostante i ripetuti segnali di allarme dei mesi precedenti. Il libro accusa di vistose inadempienze non solo il Dipartimento di Stato, ma anche la CIA che al periodo conduceva una serie di operazioni coperte in Libia.

2012-12-19T160142Z_1595684297_TM3E8CJ0U8101_RTRMADP_3_USA-BENGHAZI-CLINTONAll’indomani dell’attacco dell’11 settembre del 2012, peraltro ricorrenza degli attentati alle Torri Gemelle del 2001, circola una prima versione dei fatti. L’uscita di Innocenze of Muslim, un cortometraggio di 14 minuti disponibile sul web sin dal luglio dello stesso anno, fa infuriare il mondo musulmano e genera una serie di proteste in diversi paesi del Medio Oriente. A Bengasi sarebbe nata una manifestazione spontanea in cui si sono infiltrati una ventina di salafiti che poi prendono d’assalto il consolato americano. Questa versione dei fatti, a cui indirettamente darà credito anche la stessa Casa Bianca, viene smentita dal Rapporto della Commissione di Inchiesta, ma il libro di Jack Murphy e Brandon Webb la demolisce definitivamente raccontando con dovizia di particolari tecnici l’assedio al consolato. Non si tratta di una ventina di uomini, ma di 120-150, peraltro armati di tutto punto che circondano il consolato intorno alle 9.40 della sera: oltre agli AK-47 dispongono di alcuni RPG (dei lanciagranate), di una torretta contraerea di 14,5 mm, vari pezzi di artiglieria montati su pick-up e infine anche di un mortaio. I pochi uomini della brigata libica «17 febbraio», cui spetta il compito di difendere il perimetro esterno del consolato, vengono sopraffatti e abbandonano le loro postazioni.

Nel compound ci sono l’ambasciatore Stevens e il suo responsabile dell’ufficio informazioni Sean Smith, più cinque uomini del Servizio Sicurezza Diplomatica (DSS). Uno di loro, Scott Strickland, lancia l’allarme via radio e mette al sicuro l’ambasciatore e Sean Smith in una camera blindata. Gli altri raggiungono una dependance, il Centro Tattico Operativo, dove indossano dei giubbotti corazzati e prelevano dei fucili M4, tentano di rientrare nel corpo centrale ma sono sotto tiro e debbono arretrare. Nel frattempo gli attaccanti, che fanno parte del gruppo Ansar al-Sharia, svuotano diverse taniche di gasolio sul pavimento dell’edificio centrale aggiungendo carcasse di pneumatici che sollevano una densa coltre di fumi tossici. Strickland, l’ambasciatore Smith e il suo addetto alle informazioni Sean Smith si stendono sul pavimento nel bagno della camera blindata, ma ben presto si rendono conto che non possono sopravvivere al fumo tossico provocato dell’incendio: Strickland apre una finestra ma paradossalmente entra ancora più fumo per cui decide di rischiare e uscire allo scoperto. Rientrerà diverse volte nello stabile ma è buio pesto e non trova i suoi due compagni, salirà sul tetto per chiedere rinforzi e coordinare le operazioni di soccorso. Gli altri tre uomini del DSS tentano un’altra sortita nel corpo centrale del consolato, stavolta utilizzando una macchina blindata, nell’edificio trovano il corpo di Smith ma non quello dell’ambasciatore.

Nel frattempo l’allarme è stato ricevuto da una stazione della CIA che dista circa tre chilometri dal consolato. Il capo-stazione ha pochi uomini e temendo il peggio preferisce non inviare una forza di intervento rapido, ma un gruppo di sei uomini prende l’iniziativa e con due Toyota Land Cruiser blindate arrivano nei pressi del consolato dove cercano di aprirsi un varco nel perimetro esterno. E’ un’operazione molto rischiosa, ma riescono a recuperare i sopravvissuti, il corpo di Sean Smith ma non quello dell’ambasciatore. Sono le 11.30 della sera quando sfidando il fuoco di Ansar al-Sharia escono dal compound e rientrano nell’edificio della CIA che per più di un’ora sarà sottoposto a un fuoco sporadico. Verso l’una del mattino un aereo partito da Tripoli atterra a Bengasi, trasporta un gruppo di forze speciali che debbono preparare l’evacuazione del personale nella sede della CIA. Nel frattempo le forze libiche riescono a mettere in sicurezza il consolato, trovano l’ambasciatore Stevens ancora vivo e lo trasportano in un ospedale dove morirà poco più di un’ora più tardi a causa dei fumi tossici. Verso le 5 del mattino viene sferrato un ennesimo attacco nei confronti della stazione della CIA, che durerà solo 11 minuti, ma un colpo di mortaio farà altre due vittime: si tratta di Tyrone Woods e di Glen Doherty, due ex seals che sono saliti sul tetto per difendere il perimetro dell’edificio. Un’ora dopo arriva un reparto dell’esercito libico che riesce a far evacuare le 32 persone presenti nell’edificio e le trasporta all’aeroporto di Tripoli. Tre feriti gravi verranno caricati su un cargo e trasferiti in Germania, dove saranno ricoverati in un ospedale militare americano.

A questo punto si può iniziare a trarre qualche conclusione seguendo il percorso tracciato dal libro di Jack Murphy e Brandon Webb. Intanto il compound di Bengasi che ospita Chris Stevens non è la sede di un consolato nel senso più stretto del termine ma una TMF, ovvero una Temporary Mission Facility. In quanto «sede temporanea» non vengono applicati i parametri di sicurezza richiesti da una sede «ufficiale» del Dipartimento di Stato. A difendere l’ambasciatore ci sono solo cinque uomini, più quattro libici che controllano il perimetro esterno. Ma perché all’ambasciatore Stevens non è stato consigliato di utilizzare la base della CIA, poco distante, dove i criteri di sicurezza erano molto più rigidi? La risposta è che l’edificio in questione dipendeva direttamente dal JSOC (il Joint Special Operation Command) che coordina «operazioni coperte» in territorio libico facendo ricorso a contractor, in altri termini membri delle forze speciali che hanno dato le dimissioni dai loro reparti e sono stati assoldati dalla CIA. Il JSOC è un’organizzazione militare a cui è stata garantito un elevato livello di autonomia e di segretezza visto il ruolo che ricopre nella lotta sotterranea al terrorismo. Ovviamente il coordinamento con il Dipartimento di Stato, responsabile della politica estera del paese, non è necessariamente a maglie strette e capita spesso che la mano destra non sappia cosa fa la mano sinistra. Un esempio molto illuminante ci viene dal lavoro che JSOC ha fatto in Afghanistan, quando il paese era quasi totalmente sotto il controllo dei talebani. All’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle del 2001 un gruppo del JSOC, di cui è field commander Gary Schroen – il nome in codice dell’operazione è Jawbreaker − viene mandato nel Panshir per organizzare l’offensiva contro i talebani e riconquistare Kabul. Il gruppo è formato da una dozzina di persone e per la parte militare impiega contractor ripescati nelle forze speciali. Dopo un lungo periodo operativo sul campo il gruppo di Schroen viene sostituito da quello di Gary Bernsten che riesce a scovare Osama bin Laden a Tora Bora. In questa catena montuosa ai confini con il Pakistan si scatena una battaglia, ma a condurla sono solo sei uomini di Bernsten, che da due diverse postazioni sulla montagna illuminano con un raggio laser gli obiettivi che poi verranno pesantemente colpiti dall’aviazione americana. Osama è in trappola, ma Bernsten sospetta che possa trovare una via di fuga sulla cima per riparare in Pakistan, chiede al JSOC che vengano mandati 800 uomini per chiudere la strada a bin Laden ma il Dipartimento di Stato boccia la richiesta. Osama riuscirà effettivamente a riparare in Pakistan e bisognerà aspettare più di dieci anni prima che 24 uomini del JSOC arrivino nel covo di Abbottabad per eliminarlo. Gary Schroen racconta con dovizia di particolari la campagna afghana in First Inn, ma anche il suo successore Gary Bernsten ne racconta la conclusione con Jawbreaker, due libri che aiutano a capire come gli Stati Uniti siano stati in grado di tessere la tela, coinvolgendo le varie fazioni in gioco, sino a sconfiggere i talebani facendo perno sull’Alleanza del Nord a cui danno una massiccia copertura aerea. A Bengasi sembra sia accaduto l’esatto contrario e che stavolta sia stata la CIA a guardare solo nel proprio orticello. Jack Murphy e Brandon Webb raccontano nel loro libro un conflitto sotterraneo che fa grandemente ricorso alle PMC (Private Military Companies), sono soprattutto le aziende petrolifere a utilizzarle, mentre il JSOC sostiene – e presumibilmente coordina – quell’esercito di descamisados che arriverà sino a Tripoli. Queste vicende sono appena accennate in Benghazi, ma c’è quanto basta per farsi un’opinione un po’ più precisa di cosa covava sotto la cenere nel tentativo di far saltare il regime libico e di come abbiano pestato la coda di Ansar al-Sharia che rischiava di diventare troppo ingombrante nel dopo-Gheddafi. E’ anche abbastanza paradossale che l’ambasciatore Chris Stevens sia finito nelle fauci del leone: Bengasi e Derna sono le località che dopo gli emirati del Golfo hanno maggiormente rifornito di volontari le milizie jaidiste in Afghanistan. Non è proprio a caso che dopo i fatti dell’11 settembre del 2012 le sedi di Ansar al-Sharia siano pesantemente attaccate da gruppi di «manifestanti spontanei» che mettono a ferro e fuoco le loro sedi, sino ad obbligare l’organizzazione a lasciare Bengasi.

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