A dieci anni dalla Sars

coronavirus hCoV-EMCDieci anni fa una lunga caccia che coinvolgeva 13 laboratori di dieci paesi portava alla caratterizzazione molecolare di un nuovo patogeno responsabile della Sindrome Respiratoria Acuta Severa, poi conosciuta dal grande pubblico con l’acronimo SARS. Il nuovo patogeno – un Coronavirus − era comparso improvvisamente in un ospedale di Hong Kong dove era stato ricoverato un medico di 64 anni che proveniva da Guangzhou, nella provincia cinese di Guandong. Ai medici che lo esaminavano aveva detto di aver curato diversi pazienti che presentavano una forma atipica di polmonite, di aver sviluppato lui stesso sintomi leggeri della malattia che non gli avevano impedito di partire in vacanza per Hong Kong insieme al cognato.

copertina Science SarQuesto medico cinese, che viene definito «il paziente zero» dell’epidemia, morirà circa 10 giorni dopo insieme al cognato. Nel frattempo ha trasmesso il virus ad almeno due infermiere e sette turisti nell’albergo in cui aveva soggiornato: tre di loro provenivano dal Canada, da Singapore e dal Vietnam. Un altro ospite dell’albergo infetterà 88 operatori sanitari e 18 studenti di medicina. Un altro paziente, sempre ricoverato nello stesso ospedale, trasmetterà la malattia ad almeno 200 residenti di uno stabile di Hong Kong. L’epidemia si espande con rapidità e in cinque mesi colpirà 8.096 persone in trenta paesi, di queste ne moriranno 774. In pratica quasi 1 su 10. A questo decennale è stato dedicato la copertina di questa settimana di due riviste scientifiche tra le più importanti al mondo: Nature e Science. Può riaccadere? Nessuno lo esclude, anche se la SARS ha sollevato un tale allarme da consigliare alle autorità sanitarie internazionali di prendere provvedimenti. La novità, e qui torniamo al presente, è che questa malattia circola debolmente in alcuni paesi del Medio Oriente: lo fa quasi in maniera silenziosa, mietendo poche vittime, ma i virologi non le danno tregua, infatti questa settimana è stato pubblicato un lavoro scientifico in cui si illustra la porta di ingresso che consente al patogeno di contagiare le persone.

Cover Nature Sars
Le analisi del 2003 avevano dimostrato che il letale patogeno era una nuova versione di un Coronavirus, un agente infettivo che nelle due versioni sino ad allora conosciute provocava alcune forme di raffreddore, anche se era responsabile di circa il 20% delle polmoniti virali. Nel giugno dello scorso anno ricompare improvvisamente in Qatar, ma dimostra di non essere particolarmente efficace nella trasmissione interumana: vengono colpiti 13 pazienti e di questi ne moriranno otto. Tre giorni fa un articolo scientifico pubblicato su Eurosurveillance riporta di un altro cluster familiare comparso in Gran Bretagna nel febbraio di quest’anno. Stavolta si tratta di un adulto che aveva viaggiato per cinque settimane in Pakistan e in Arabia Saudita e dieci giorni dopo il suo rientro sviluppa i primi sintomi di polmonite atipica. Il lavoro rivela che complessivamente l’uomo era entrato in contatto con altre 135 persone, che sono state messe sotto osservazione, anche se l’unica vittima è un suo familiare stretto. Ovviamente non sono le uniche segnalazioni perché se ne sono verificate altre in Giordania e in altri paesi del Medio Oriente: su otto casi in Arabia Saudita le vittime sono state 6, due su due in Giordania. Insomma almeno per ora non sembra un bilancio particolarmente preoccupante anche se con le nuove zoonosi è bene non abbassare mai la guardia. Se il Coronavirus del 2003 aveva dimostrato grande efficacia nella trasmissione interumana, la versione del 2012 si espande a fatica: in genere i cluster si originano da persone che sono state a stretto contatto con il primo paziente, ma non sempre danno luogo a forme fatali di polmonite atipica. E’ una chiara dimostrazione che il nuovo virus non si è completamente adattato nell’umano e che stenta ad espandersi nonostante i ripetuti contatti.
Cosa ha di diverso il nuovo virus rispetto a quello che aveva messo il mondo in allarme nel 2003? Le analisi effettuate dall’Erasmus Medical Center in Olanda dimostrano che il suo serbatoio naturale sono ancora i pipistrelli. I virologi del laboratorio di Rotterdam, un gruppo molto quotato nella ricerca sui nuovi patogeni, sono riusciti a determinare il genoma completo della versione del 2012 e di conseguenza hanno avuto la possibilità di effettuare un’analisi tassonomica. Come dire che con l’utilizzo di strumenti bioinformatici sono stati in grado di ricostruire l’album di famiglia di questi nuovi Coronavirus: la versione del 2012 sembra abbastanza distante da quella del 2003. L’ultimo lavoro scientifico pubblicato su Nature dal gruppo di Raj ha scoperto il recettore del nuovo virus, in altri termini la sua porta di ingresso nelle vie aeree umane. Si tratta della proteina DPP4 che si trova sulla superficie di molte cellule, ma in questo caso quelle interessate sono nel tratto respiratorio. Il virus del 2003 si legava ad un altro recettore l’ACE2 e dal confronto genomico fra le due versioni di questo virus si possono stabilire alcune differenze fondamentali: quello del 2003, pur discendendo dai pipistrelli come l’ultimo del 2012, ha sicuramente avuto modo di passare per alcune specie animali intermedie sino ad adattarsi nell’umano. Questo spiega perché avesse una così alta efficienza di trasmissione e perché producesse tassi di letalità così elevati. La storia evolutiva del virus del 2012 sembrerebbe avere un percorso più semplificato: è ancora in grado di infettare i pipistrelli da cui proviene, ma non si è ancora pienamente adattato nell’umano. Tutto questo porta a sospettare che i cluster siano stati in contatto ravvicinato con il serbatoio animale da cui proviene il virus. Questo significa che per ora non sembra costituire un pericolo immediato nella popolazione generale, ma questi nuovi patogeni seguono vie imperscrutabili per colonizzare nuove specie. Bisognerà fare molta ricerca per comprenderli meglio e soprattutto per avere un sistema di «early warning» che consenta di prendere misure immediate se comparisse all’orizzonte un Coronavirus aggressivo come quello del 2003.

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