L’Iran cambia pagina? Forse

IRAN-VOTE-ROWHANIL’elezione di Hassan Rowhani è stata salutata da molti come una indicazione che il regime di Teheran, e in particolare la Guida Spirituale Ali Khamenei che governa il paese dal 1989, ha dovuto fare i conti con la crisi economica. Obiettivamente l’Iran si trova in condizioni abbastanza drammatiche a causa delle sanzioni internazionali che hanno pesantemente colpito il suo commercio estero. Ma è anche il prezzo che gli hardliners, ovvero gli integralisti al potere sino a ieri, hanno dovuto pagare per continuare ad arricchire l’uranio. Certo i risultati elettorali che hanno consentito l’elezione di Rowhani parlano da soli: il nuovo presidente ha avuto 18,6 milioni di voti su 36 milioni di votanti per cui ha superato di poco il 50%, cosa che ha escluso il ballottaggio. Saed Jalili, attuale negoziatore per il nucleare ed indicato come il braccio destro di Khamenei per la politica internazionale, non è andato oltre l’11,36%, Mohammad Baqer Qalibaf, sindaco di Teheran ed indicato da molti come un outsider, ha avuto il 16,56%. Un uomo duro del regime come Mohsen Rezaee – nato politicamente nel gruppo radicale Mansuran, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie – si è fermato al 10,58%. Ali Akbar Velayati, molto vicino ad Ali Khamenei, si ferma a poco più del 6% ed infine Mohamad Gharazi, l’unico candidato indipendente in queste elezioni ed ex ministro del petrolio non è andato molto al di là dell’1%.Rowhani, e questa è una novità, è l’unico religioso fra tutti i candidati che hanno avuto il via libera dal Comitato per le credenziali islamiche. Ovviamente la stampa internazionale ha salutato con un certo ottimismo la nomina di Rowhani che gode fama di essere un conservatore moderato, gli Stati Uniti hanno fatto delle caute aperture per un possibile tavolo di trattativa bilaterale, ma il compromesso sembra veramente difficile. Rowhani nel 2004, durante la presidenza Khatami, in qualità di negoziatore sul nucleare ha firmato il compromesso che impegnava l’Iran a sospendere l’arricchimento dell’uranio in cambio di un rilassamento delle sanzioni. Che riesca ad ottenere un simile risultato ancora oggi è tutto da dimostrare e anche in campagna elettorale certe sue dichiarazioni sul tema sono state piuttosto sfumate: «il nucleare è importante per il nostro paese – pare abbia detto in un comizio – ma è altrettanto importante che l’industria abbia la possibilità di produrre e di crescere». Fra le credenziali che lo qualificano come un «aperturista» in politica estera c’è una tesi di dottorato in diritto costituzionale conseguito nel 1997 all’Università della Caledonia di Glasgow, in Scozia, che ha per titolo «La flessibilità della Sharia nella Legge Islamica». Rowhani, quindi, come il suo predecessore Khatami ha avuto un’esperienza all’estero e parla correntemente l’inglese. Si tratta sicuramente di un conservatore pragmatico che durante la corsa per le presidenziali ha avuto due sponsor di tutto rispetto: l’ex presidente Rafsanjani e il moderato Khatami che forse gli ha portato in dote i voti del disciolto movimento verde. Sin qui le buone notizie, ma bisogna comunque ricordare che una stagione di riformismo come quella inaugurata dalla presidenza Khatami si è concretamente risolta non solo in un nulla di fatto, ma ha aperto la strada all’integralista Ahmadinejad che ha governato per due mandati. Questo cambio di scenario va quindi letto all’interno di quelle che in Iran sono le regole del gioco: il potere è sempre saldamente in mano alla Guida Suprema del paese che ovviamente alterna alla presidenza i suoi cavalli di razza a seconda delle convenienze del momento. Per quel che riguarda la politica interna è probabile che Rowhani si distingua dal suo predecessore integralista ed è altrettanto probabile che in un paese in cui la dissidenza è repressa con il pugno di ferro tutto questo sia già un risultato. Sul nucleare bisognerà attendere le prime mosse del nuovo presidente: in ogni caso se l’Iran tornasse a negoziare seriamente allora avrebbero ragione quanti sostenevano che le sanzioni sono uno strumento di pressione indiretto. Se la politica internazionale di Teheran non farà passi avanti allora significa che Khamenei ha voluto un risultato guardando soprattutto alla politica interna del paese che ha bisogno di riforme perché povertà e repressione ideologica sono due elementi che combinati insieme possono diventare molto pericolosi per la stabilità del regime.

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