Cosa c’è dietro l’allarme per al Qaida?

yemen-aqap-ricin La stampa internazionale si sta chiedendo da giorni cosa c’è sotto la chiusura di 22 sedi diplomatiche statunitensi in Nord Africa e in Medio Oriente. I comunicati stampa ufficiali non sembrano rivelare il minimo dettaglio necessario per costruire un’ipotesi e alcune dichiarazioni non aiutano, anzi confondono. Ad esempio il capo dello Stato Maggiore Congiunto, Martin Dempsey, ha dichiarato alla ABC che stavolta il pericolo «è più circostanziato di quelli conosciuti in passato» e che la minaccia non riguarda solo gli Stati Uniti ma più in generale il mondo occidentale. Il 1 agosto Obama ha chiesto che si prendessero «tutte le misure necessarie» per difendere gli interessi americani da possibili attentati di al Qaida. Ora se le minaccia fosse realmente più circostanziata, e non generica come sembra sostenere la richiesta di Obama, lo scenario sarebbe un altro. Significa che la minaccia è certa ma che non è chiaro dove il terrorismo internazionale potrà colpire? Oppure la CIA ha informazioni più dettagliate sui probabili bersagli e quindi preferisce un allarme di carattere generale per non svelare le sue carte? C’è in atto un’operazione coperta e su vasta scala per cui il warning, pur generico, è necessario per far sì che tutti i cittadini americani che vivono in questi paesi – e che non necessariamente fanno parte del corpo diplomatico − adottino le necessarie misure di sicurezza? E’ buio pesto e un’ipotesi vale l’altra. Secondo la stampa americana la National Security Agency avrebbe intercettato nelle scorse settimane delle comunicazioni che giustificherebbero l’allarme, ma se il pericolo viene da al Qaida questo particolare suona particolarmente strano: l’organizzazione ha precise disposizioni che vietano l’uso di satellitari, di mail o di qualsiasi altro mezzo «intercettabile», visto che da molti anni utilizzano solo corrieri, come rivelano molti documenti trovati ad Abbottabad, nel compound in cui viveva bin Laden, ma anche in una «casa sicura» in Gran Bretagna anni prima. L’ennesima stranezza è la press release con cui il Dipartimento di Stato annuncia la chiusura di 19 rappresentanze − a dire il vero giustifica il provvedimento per la fine del Ramadan − ma dice anche che tali sedi resteranno chiuse per soli cinque giorni, ovvero dal 5 agosto (oggi) al 10, ovvero sabato di questa settimana. E’ ancora più strano che alcune sedi – fra cui quelle di Dakha, Algeri, Kabul, Herat, Mazar el Sharif e Baghdad, tornano al normale orario di ufficio da oggi. Ed è bene ricordare che in Iraq divampano gli attentati. E’ la stampa che non controlla le sue fonti ufficiali e «gonfia», come spesso accade, dichiarazioni che andrebbero lette con maggiore circospezione? L’attenta lettura del comunicato dell’Interpol sembra andare in questa direzione: «C’è il fondato sospetto che al Qaida sia coinvolta nella fuga di centinaia di terroristi e criminali in Iraq, Libia e in Pakistan» per cui è stato chiesto ai 190 paesi membri di vigilare e di segnalare presenze sospette. Al momento l’unico «teatro caldo» è lo Yemen dove si segnala da anni una forte presenza di al Qaida in the Arabian Peninsula (AQAP). Il primo agosto un drone ha fatto saltare in aria cinque affiliati di al Qaida, ma di rango inferiore, mentre l’attacco più determinante è stata l’eliminazione mirata, sempre con un drone, di Said al Shiri, il numero due dell’organizzazione nello Yemen ed ex detenuto di Guantanamo. Ma nonostante gli attacchi della CIA si susseguano con cadenze regolari – 12 negli ultimi otto mesi − c’è qualcuno che sostiene che i quadri dell’organizzazione yemenita siano ancora integri. L’attuale leader di al Qaida, Ayman al-Zawahiri, ha diffuso un comunicato dove si accusano gli Stati Uniti di aver complottato con le forze armate egiziane per la deposizione di Mohamed Morsi e per il braccio di ferro con i Fratelli Musulmani tuttora in atto. Insomma sul fronte della controinsurrezione non sembra esserci niente di nuovo. E’ la calma che precede la tempesta? Oppure tra una settimana i grandi media si saranno dimenticati di questo «pericolo imminente»?

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