Siria: shot and forget?

syria war Stati Uniti e Gran Bretagna potrebbe scatenare un attacco contro le postazioni governative siriane nel giro di qualche giorno, o forse di qualche ora. La lista dei bersagli è nota in parte e si conosce la dislocazione delle unità nel Mediterraneo che potrebbero lanciare una salva di missili di crociera. Le indiscrezioni sostengono che si tratterà di un intervento «limitato» che non prevede l’utilizzo di uomini sul terreno. Si attende per i prossimi giorni la pubblicazione di un rapporto sull’utilizzo di armi chimiche in Siria redatto dall’intelligence statunitense. Su questa tardiva mossa della Casa Bianca ci sono comunque pareri contrastanti nella stessa stampa americana: molti editorialisti, ad esempio, sostengono che il gioco non vale la candela, anche perché forse è troppo tardi. Questa posizione viene espressa da quotidiani che hanno simpatie politiche assai distanti fra loro, ad esempio dal Washington Times, di ispirazione repubblicana, e dai due maggiori quotidiani di fede democratica come il Washington Post e il New York Times. Più in generale sembra strano a tutti che l’amministrazione di Washington abbia indicato una «red line», superata la quale si sarebbe passati all’intervento, nel caso fosse stato verificato l’utilizzo di armi chimiche. Per quanto queste ultime abbiano potuto produrre esiti raccapriccianti resta sempre il fatto che dall’inizio della guerra civile le armi convenzionali sono state in grado di fare danni sicuramente peggiori. E quindi perché un intervento solo adesso e quali rischi comporta sul piano della sicurezza internazionale?

La guerra civile siriana, iniziata nel marzo del 2011, ha fatto almeno 120.000 vittime, più di 200.000 feriti e obbligato alla fuga circa il 20% della popolazione. Molti di loro sono bambini o adolescenti, visto che più di un terzo della popolazione è sotto i 14 anni. Il duro confronto sul terreno con le forze lealiste ha fatto scendere in campo una pletora di organizzazioni che raramente hanno interessi condivisi e che almeno sinora non sono state in grado di esprimere una rappresentanza che possa lasciar sperare in una transizione istituzionale accettabile una volta che Assad sarà uscito di scena. In un simile quadro è addirittura difficile identificare il cosiddetto centro di gravità delle forze governative siriane, in termini concreti una lista di obiettivi da bombardare che metta fuori uso buona parte dell’arsenale bellico di Damasco. Ovviamente non si tratta di colpire semplicemente degli obiettivi strategici, perché l’intervento deve essere modellato su una soluzione politica una volta che il bombardamento avrà conseguito i risultati previsti.  Significa armare le formazioni di opposizione moderate, affiancargli dei «consiglieri militari» che siano in grado di farle prevalere sugli altri gruppi, insomma c’è molto da fare sul terreno per l’intelligence e per le forze speciali. Non si può credere che il tutto si risolva con una salva, pur nutrita, di missili Tomahawk. Niente di tutto questo si può considerare una novità, almeno a leggere con attenzione la risposta che il Capo di Stato Maggiore, il generale Martin Dempsey, ha inviato al Congresso degli Stati Uniti il 19 agosto. «Oggi il problema rappresentato dalla Siria è qualcosa di più di quale parte sostenere, piuttosto è di scegliere una fra le tante formazioni presenti sul terreno. E’ mio convincimento che questa scelta dovrà tenere in considerazione i loro interessi e i nostri, una volta che il peso della bilancia si sposterà a loro favore. Ma oggi le condizioni [per una simile scelta] non ci sono… Le forze in campo, come accade in tutti i conflitti di lungo termine, si sono fortemente radicate e la lotta per il potere continuerà violenta anche dopo l’uscita di scena di Assad. Quindi dobbiamo valutare l’efficacia di una limitata azione militare in questo contesto». Leggendo fra le righe le valutazioni di Dempsey è fatale arrivare alla conclusione che per gli Stati Uniti non ci sono garanzie che pur scegliendo l’opzione più lungimirante questo comporti l’arrivo al potere di una formazione moderata in grado di assicurare quel minimo necessario di stabilità e di sicurezza. Anzi il vero pericolo potrebbe essere una Siria «balcanizzata», in cui da una parte ci sono i ribelli di fede sunnita, in un’altra i curdi siriani, in un’altra ancora alawiti e sunniti legati al regime di Assad. E’ quindi possibile un intervento secondo lo schema «shot and forget» (lancia i missili e poi fatti da parte)? Un rapporto del Dipartimento di Stato reso pubblico il 1 maggio sostiene che 6,8 milioni di siriani ― su una popolazione totale di 22,5 milioni ― hanno urgente necessità di aiuti umanitari: di questi circa 4,5 milioni sono stati «delocalizzati» internamente (ossia vivono in un luogo diverso da quello abituale anche se ancora in territorio siriano) mentre 1,4 milioni sono riparati negli stati confinanti. Una migrazione forzata di una tale entità comporta seri problemi anche per chi li ha accolti, ovvero Turchia, Libano, Giordania e più recentemente Iraq.  E infine quanto c’è di vero nella minaccia di rappresaglia del governo di Damasco nei confronti di Israele nel caso di un intervento in Siria? Un istituto di sicurezza internazionale di Tel Aviv sostiene che l’obiettivo di una eventuale ritorsione non potrebbe essere Israele, quanto piuttosto la Giordania.  Insomma molte carte sul tavolo sono ancora coperte, ma l’intervento limitato potrebbe essere per Washington un’opzione obbligata, considerando soprattutto le conseguenze internazionali che potrebbero svilupparsi con un coinvolgimento più profondo delle forze armate statunitensi e (forse) britanniche. In uno scenario minimalista, di cui però mancano determinanti elementi di valutazione, Stati Uniti e Gran Bretagna potrebbero limitarsi a far implodere il centro di gravità dell’attuale regime siriano per poi «pilotare», nel medio periodo, una feroce potatura delle forze di opposizione. Barak Obama non è nuovo a soluzioni di questo genere in politica estera, anche se si tratta di un’opzione piuttosto difficile da tenere sotto controllo.

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