Ancora vita su Marte?

curiosityLa sonda Curiosity non è riuscita a trovare tracce di metano su Marte. Da un punto di vista strettamente scientifico non è che sia una grande notizia, piuttosto è l’ennesima conferma che sul pianeta rosso non si riescono a trovare segni di vita, anche se ci si prova da decenni. Il lavoro, firmato da un gruppo di specialisti della Nasa, è uscito ieri su Science, anzi per essere più precisi su Science Express, una rivista «veloce» che compare solo online (a distanza di mesi questi paper poi finiscono sulla rivista stampata). Insomma nel mondo della ricerca questa prima informazione dice molte cose perché nelle pubblicazioni scientifiche esistono delle priorità. Ovviamente la notizia è sembrata golosa a molti quotidiani che ne hanno riferito dedicando poche righe al risultato ma dilungandosi in riferimenti letterari. E’ un modo vecchio e malridotto di raccontare la scienza, dove il risultato scientifico è spesso una scusa per mettere in campo narrazioni più «sexy» (mi scuso per l’aggettivo che è sicuramente improprio, ma non vorrei annoiare il lettore sul problema del «glam», come criterio giornalistico per riferire di un risultato scientifico, di cui si discute da tempo).

Intanto il lavoro ha un titolo inequivocabile: «Low Upper Limit to Methane Abundance on Mars». In concreto lo spettrometro al laser di Curiosity non ha trovato tracce di metano «al di sopra» dei suoi limiti di sensibilità: insomma se c’è metano su Marte è inferiore a 1,3 parti per miliardo (o ppb). Siccome l’ipotesi da verificare era se nel sottosuolo del pianeta rosso ci fossero batteri che producono metano possiamo dire che non se ne trova traccia. Anzi con Curiosity il limite di sensibilità dello strumento utilizzato per scovare il metano è diminuito di almeno sei volte rispetto ai precedenti tentativi.  Ma arrivati a questo punto bisogna fare una premessa, anzi due: la prima è strettamente scientifica, la seconda riguarda la politica della scienza.

In passato la presenza di metano su Marte è stata calcolata utilizzando grandi telescopi e sonde spaziali. Ad esempio nel 2007 il telescopio franco-canadese nelle Hawaii aveva stimato una media di circa 10 ppb, confermando la misurazione di Mars Express del 2004. Poi nel 2009 il telescopio Keck scopre «piume» di metano che hanno un massimo estivo di 45 ppb, ma di dati simili ce ne sono anche altri. Il problema vero è che «rilevare» da così grande distanza (da un minimo di 60 milioni di km a un massimo di 380) percentuali così piccole di metano è cosa improba, ma anche le sonde – che invece misurano queste grandezze da distanze più ravvicinate – hanno forti limitazioni di carattere tecnico per gli strumenti che utilizzano. Infatti tutti questi dati sulla presenza di metano sul pianeta rosso sono stati fortemente criticati con lavori scientifici che lasciano poco all’immaginazione: ad esempio Nature nel 2009 ha pubblicato un articolo in cui si contestavano queste variazioni stagionali di metano che secondo gli autori non trovavano spiegazione nella fisica e nella chimica dell’atmosfera conosciuta (Nature 460, 720-723, 2009). Nel 2012 è stata la stessa Science a sollevare forti dubbi sui risultati della Nasa, annunciati nel novembre dello stesso anno in una teleconferenza, con un articolo a firma di Richard Kerr (Planetary science. Question of martian methane is still up in the air, Science 338, 733, 2012). Se poi andiamo sulle riviste di campo troviamo un mare magnum di dubbi e di scetticismo anche sulle tecniche utilizzate per raccogliere i dati. Insomma il campo è molto scivoloso e bisogna muoversi con grande attenzione.

La seconda premessa riguarda la politica della scienza e le inevitabili forzature a cui è soggetta la Big Science: qualcuno di voi ha letto recentemente qualche resoconto sulla fusione a confinamento magnetico? Eppure è stato un argomento che ha tenuto banco per almeno un decennio. La vita su Marte è un evergreen che nasconde qualche tranello. Un meteorite di origine marziana recuperato in Antartide nei primi anni ’80 – Allan Hills 84001 – nel ’96 è finito per mesi sui media perché alcuni specialisti della Nasa sostenevano di aver trovato delle strutture fossili presumibilmente create da batteri. Siccome la notizia aiutava la Nasa a fare lobbying per i suoi programmi spaziali si era mosso addirittura Bill Clinton il quale definì il risultato «una scoperta potenzialmente epocale». Entusiasmo destinato a durare poco visto che successive ricerche in laboratorio dimostravano che alcune di queste strutture si formano autonomamente in determinate condizioni di calore e pressione. Se sull’argomento Marte eliminate la ricerca di passate forme di vita – parliamo di miliardi di anni fa – vi resterà ben poco per finire sui giornali.

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