Il fair play di Rouhani all’Onu a Teheran conta poco

khamenei rouhani ahmadinejad Il discorso che il presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, ha tenuto martedì all’Onu rasenta il capolavoro diplomatico, almeno a giudicare dal clamore che ha suscitato nei media occidentali, ma solo per questo. All’orizzonte non c’è nulla che possa far pensare a un miglioramento delle relazioni con Washington. Sostenere che l’Olocausto non è un’invenzione è sicuramente un cambiamento epocale nella politica di Teheran dopo che una lunga stagione di governo di Ahmadinejad, e degli hardliners che lo sostenevano, aveva sposato con grande convinzione tesi revisioniste su questo tema. Ora l’ala democratica americana ha salutato il discorso alle Nazioni Unite come un’occasione irripetibile per riaprire un dialogo con l’Iran, mentre la destra repubblicana ha rispolverato la metafora del lupo travestito da agnello. Sul piano diplomatico c’è comunque un gesto che rivela molte cose: Barak Obama si era dichiarato disponibile a un incontro con il presidente iraniano che ha declinato l’invito. Dire che è uno sgarbo è poco, lo specialista di fede repubblicana Michael Ledeen l’ha definito con un’espressione molto efficace: «un dito nell’occhio».

L’offensiva diplomatica di Rouhani era stata annunciata venerdì della scorsa settimana da un editoriale ospitato dal Washington Post, «Perché l’Iran cerca un confronto costruttivo», firmato dal presidente iraniano. Leggendo con attenzione questo testo è difficile scrollarsi di dosso la sensazione che Teheran parli d’altro piuttosto che affrontare i veri problemi alla base del contenzioso con l’Occidente. Di punto in bianco si scopre che i problemi di sicurezza internazionale sono «multidimensionali» piuttosto che un «gioco a somma zero» e che sinora a farla da padrone è stato l’unilateralismo. Però quando ci si avvicina al tema centrale della contesa, il nucleare, non si vedono novità degne di nota: «Per noi − scrive Rouhani – realizzare un ciclo di produzione per il combustibile nucleare è importante non solo per diversificare le nostre risorse energetiche, ma anche per stabilire perché gli Iraniani sono una nazione, perché chiediamo dignità e rispetto e il conseguente posto che dobbiamo avere nel mondo. Se non si capisce che ruolo [questi elementi n.d.r.] hanno nella nostra identità molti dei problemi con cui dobbiamo fronteggiarci resteranno irrisolti». Certo il tono è molto distante dalle roboanti dichiarazioni del suo predecessore, Mahmud Ahmadinejad, ma al di là del fair play le carte sul tavolo sembrano sempre le stesse.

In campagna elettorale Rouhani, se fosse stato eletto, affermava di voler risolvere il problema dei leader riformisti agli arresti domiciliari dal 2009, Hossein Mousavi e Medhi Karroubi. A luglio alcuni cronisti occidentali notavano che la cosiddetta «polizia morale» era scomparsa dalle strade di Teheran dove in passato aveva duramente represso le donne colpevoli di vestirsi in modo non consono ai precetti islamici. Segnali di questo genere li si ricorda anche dopo l’elezione del riformista Mohammad Kathami, nel 1997, ma si è sempre trattato di concessioni minime per le libertà personali, elementi marginali nella gestione concreta del potere che è sempre restato nelle mani della Guida Spirituale, Ali Khamenei. La differenza vera rispetto agli esperimenti «aperturisti» del passato (calibrando il termine rispetto alla realtà iraniana) è rappresentata dall’economia che ha subito danni enormi dalle sanzioni internazionali: le esportazioni petrolifere del 2012 hanno avuto una flessione del 40% creando un autentico buco nelle finanze dello stato, alcuni generi alimentari, come il pollo di cui si faceva gran consumo, costano così tanto che se li possono permettere solo le upper classes.   Conscio del grave problema Rouhani aveva dichiarato ad agosto, nella sua prima conferenza stampa, di voler riaprire un tavolo di negoziato con gli Stati Uniti, ma Teheran che cosa è in grado di offrire per riaprire la trattativa? Nessuno ne ha idea e a distanza di mesi non si hanno elementi di novità.

L’Iran sostiene di volersi limitare a produrre combustibile nucleare per utilizzarlo nelle centrali nucleari (al momento ne ha solo una): tecnicamente significa arricchire Uranio al 3,5%, percentuale consentita dal Trattato di non Proliferazione Nucleare che l’Iran ha firmato nei lontani anni ’70. Le sanzioni non sono arrivate per questo tipo di attività, ma per il fatto che l’Iran ha messo in piedi, clandestinamente e non dandone comunicazione all’Agenzia di Vienna come prescrive il trattato, delle filiere di arricchimento dell’uranio, sino ad arrivare all’ultimo step  – l’arricchimento al 19% nel centro di Fordow − passo immediatamente precedente alla produzione di Uranio weapon grade per le testate nucleari. Nel 2012 ci sono stati almeno quattro tavoli internazionali di trattativa per arrivare a una soluzione di compromesso, ma tutti si sono risolti con un nulla di fatto. Rouhani ha l’intenzione e soprattutto il potere di concedere qualcosa, ad esempio il fermo dell’impianto di Fordow, alla comunità internazionale? Nessuno fra coloro che si occupano di Iran ritengono che tutto questo sia possibile. E tanto meno è possibile che Obama possa arretrare da una posizione sul nucleare iraniano concordata a livello internazionale.

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