Meglio il nucleare delle pecore

FeralGeorge Monbiot è considerato il columnist ambientalista più brillante della Gran Bretagna. Pungente, eccentrico ed ironico, anima da molti anni a questa parte il dibattito con una lettissima rubrica sul Guardian. Monbiot proviene dall’ecologismo profondo e quindi ha sempre seguito percorsi molto radicali. Recentemente è uscito il suo ultimo libro Feral, che sta per selvatico, che molti hanno accolto favorevolmente, anche se questo non ha impedito a qualche recensore di stroncarlo con un filo di perfida ironia. E’ difficile che Monbiot se ne sia meravigliato, è abituato a ben altro.
Due anni fa, alla soglia dei 50 anni, ha avuto la classica crisi di mezza età ed è diventato un convinto sostenitore del nucleare attirandosi gli strali di molti suoi ex compagni. Oggi Monbiot sostiene, citando puntigliosamente la letteratura peer reviewed, che l’incidente peggiore della storia dopo Chernobyl – Fukushima – è destinato a produrre nel lungo periodo meno morti di un qualsiasi impianto a carbone. In altri casi ha volutamente cercato la polemica dura: due anni fa ha scritto un articolo in cui racconta che dopo una caduta in bicicletta è dovuto andare all’ospedale per farsi fare una lastra alla caviglia. Nella sala d’attesa trova un traveller, un nomade di origine irlandese e in Gran Bretagna ne circolano almeno 20.000, con cui ha fatto due chiacchiere per ingannare il tempo. Salvo rendersi conto di averlo già incontrato in passato, infatti il nomade indossa il giaccone che con mano lesta gli aveva rubato cinque anni prima durante una manifestazione. Il sottotitolo dell’articolo recita: «Il giorno in cui il mio anarchismo profondo ha tirato fuori il borghese che è in me». Apriti cielo, l’associazione che tutela i nomadi gli ha dato del razzista e lui ha replicato accusandoli di stupidità. James Delingpole sul Telegraph, giornale che non ha mai avuto alcuna simpatia per certa sinistra, ha commentato divertito: «finalmente George Monbiot ha visto la luce», raccontando che i polemisti più brillanti della destra, da David Horowitz a Chistopher Hitchens, in gioventù hanno tutti militato a sinistra. Si potrebbe andare avanti così, perché di incidenti simili ce ne sono tanti, ma è lecito sospettare che questi scivoloni politici di Monbiot non nascano da incontrollabili impulsi egotici, quanto da una finissima vis polemica molto utile per far parlare di sé.
Feral è per alcuni versi il bilancio di trent’anni di militanza ecologista, che lo ha portato a protestare con i diseredati di mezza dozzina di paesi, ma essendo il suo dodicesimo libro è scontato che lo sguardo si volga indietro per focalizzare meglio i problemi dell’oggi. Monbiot, ad esempio, non ha grande sintonia con il conservazionismo, perché significa accontentarsi del poco che si ha. La visione dei problemi ambientali deve mirare più in alto: bisogna rinselvatichire la Gran Bretagna, farla tornare com’era un tempo quando le specie autoctone trovavano il loro equilibrio naturale preservando l’ambiente. Il capitolo che ha suscitato più clamore è il nono, dove confessa di odiare visceralmente le pecore. Monbiot si è trasferito da qualche anno in un piccolo centro, Machynlett, dove può curare meglio la sua impronta ecologica, ad esempio coltivando gli ortaggi nel giardino del suo cottage. Ma il Galles, dove ora vive, ha un patrimonio ovino di oltre 8 milioni di capi, e racconta che la pastura di questi animali ha trasformato il paesaggio della media collina come se fosse stato incenerito da un inverno nucleare. E’ difficile credere che fare a meno di questa attività economica sia un’opzione praticabile: in Gran Bretagna l’allevamento ovino da carne conta 32 milioni di capi, con un fatturato complessivo di oltre un miliardo di sterline l’anno. Insomma una gloria nazionale, anche se le necessità energetiche di una fattrice che ha partorito un agnello sono talmente elevate da trasformarla in una sorta di flagellum dei al cui passaggio non cresce più l’erba. Liberare la media collina da questo ospite così vorace e sostituirlo con il cinghiale, il lupo, la lince, il bisonte, l’alce e anche l’elefante, ridarebbe vita ai suoli martoriati dal sovra pascolamento e anche agli abitanti del luogo, che potrebbero riconvertire le loro attività al turismo. Insomma un mondo idilliaco dove la natura regna sovrana, anche se Monbiot preferisce non addentrarsi nello spinoso argomento della sostenibilità di queste nuove attività economiche. Per paradosso è proprio una firma del Guardian a ricordargli che spesso il parco Yosemite è così affollato da farlo assomigliare a un centro commerciale nel periodo dei saldi. Ancora polemiche? Poco male, è il destino dei protagonisti e pochi hanno prestato il loro nome a una corrente di pensiero: alcuni, infatti, citano il monbiotismo, forse per assonanza con moonbat, un termine abbastanza usato negli Usa a cui William Safire ha dedicato un dottissimo articolo sul New York Times. Sta per lunatico, irrazionale e ovviamente di sinistra. Cosa si può pretendere di più?

Pubblicato sul Sole 24 Ore nel supplemento la Domenica del 9 febbraio 2014

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