Fukushima tre anni dopo

pict46Sono passati solo tre anni dall’incidente nucleare di Fukushima, l’11 marzo del 2011, e nel frattempo è stata pubblicata una quantità enorme di letteratura. Classificato al livello 7 della scala Ines l’incidente giapponese è secondo soltanto a quello di Chernobyl, dove si è verificata la fusione totale del nocciolo del reattore e un’esplosione chimica che ne scoperchia la struttura di contenimento rilascia nell’ambiente una quantità enorme di materiale radioattivo. Per contro il sisma che ha colpito l’isola di Honshu, di magnitudo 9, è talmente potente che secondo lo US Geological Survey ha spostato l’isola di circa 2,4 metri verso Est e aumentato l’inclinazione dell’asse terrestre fra 10 e 25 centimetri. Lo tsunami prodotto dal sisma arriva immediatamente dopo e si abbatte sulla costa orientale penetrando nell’entroterra anche per dieci chilometri. Le vittime accertate saranno circa 18.500. L’onda dello tsunami ha un’altezza variabile ma colpisce quattro complessi nucleari sulla costa: sono Onagawa, Fukushima Daiichi e Daini – distano pochi chilometri l’uno dall’altro – e infine più a sud Tokai.

Tutti questi impianti vanno automaticamente in sicurezza, ma i reattori ad acqua bollente di prima generazione, seppur spenti, hanno un’inerzia termica che richiede il raffreddamento per diversi giorni sino a raggiungere il completo «cool down», ovvero un temperatura al di sotto del punto di ebollizione, che può richiedere diverse settimane. Il destino di questi impianti nucleari – come testimonia uno studio americano pubblicato nel 2013 − è determinato da due elementi: l’altezza del frangiflutti, costruito fronte mare proprio per difendersi da uno tsunami, e l’altezza dell’onda. A Fukushima Daiichi è di 14 metri, mentre il frangiflutti è di 10, quindi una quantità enorme di acqua supererà l’ostacolo mettendo fuori uso tutte le sei linee elettriche che alimentano i reattori e 12 generatori diesel di emergenza su 13. Una serie di batterie non sono in grado di erogare energia per più di qualche ora. A Onagawa il frangiflutti è alto 14 metri e l’onda che lo colpisce è di 13, una linea elettrica su cinque continuerà ad alimentare l’impianto, ma sono in funzione anche 6 generatori diesel sugli 8 disponibili. A Fukushima si produrrà un incidente nucleare di livello 7, a Onagawa di livello 1, quindi nell’ultimo caso siamo in presenza di anomalie che superano di poco i livelli di sicurezza operativi.
Fukushima ha 6 reattori, ma due di questi sono in manutenzione, quindi il nocciolo delle unità 1,2, 3 e 4 – dove non c’è l’energia sufficiente per far circolare il liquido di raffreddamento – è destinato a fondersi. Si faranno sforzi enormi per gestire l’emergenza ma non si riesce a contenere la temperatura dei noccioli dove la camicia di zirconio che avvolge le barre di combustibile innesca una reazione di ossidazione esotermica che produce idrogeno. La popolazione che vive in un raggio di 20 chilometri viene evacuata, poi nel giro di due giorni ci saranno una serie di esplosioni che scoperchiano gli edifici che ospitano i reattori e si notano pennacchi di fumo anche nelle piscine che ospitano le barre di combustibile esausto, dove l’acqua di raffreddamento è scesa sotto la soglia di guardia. Rispetto ai venti prevalenti nella zona oggi si stima che l’80% del rilascio radioattivo − tra gli «sfiati» dei reattori e delle piscine che ormai sono a cielo aperto − sia finito in mare dove diluisce molto rapidamente.

L’incidente è gravissimo ma se guardiamo al bilancio scientifico è facile notare che i primi lavori di modellistica sui rilasci, e sui danni che sono destinati a fare nella popolazione umana, sono molto peggiori rispetto a quelli che verranno pubblicati anni dopo e che si basano su dati raccolti sul terreno. Fukushima apre una vetrina ai gruppi di ricerca che hanno poche simpatie nei confronti del nucleare e anche le riviste a forte fattore di impatto in simili frangenti tendono a cavalcare la tigre. Nel 2013 il WHO pubblica il suo rapporto: i radionuclidi rilasciati dall’incidente hanno nella stragrande maggioranza dei casi un’emivita breve e le dosi assorbite non sembrano destinate a produrre aumenti significativi di tumori al di sopra della soglia naturale attesa. Ovviamente ci sarà un aumento dei tumori alla tiroide, ma molti sottolineano che si tratta dell’effetto screening, in altri termini vengono scoperti perché c’è una forte campagna di prevenzione, altrimenti resterebbero asintomatici.
Diversi gruppi dell’Università di Tokyo nel 2013 pubblicano 16 lavori dove illustrano la quantità di Cesio contenuto in alcune produzioni agricole della Prefettura di Fukushima, sono coltivazioni fuori dalla fascia di esclusione ma non così lontane dal complesso nucleare. I campioni che superano la soglia consentita dalla legge (oltre 500 Bq/Kg) sono il 19% nel marzo del 2011, ad aprile scendono al 12%, a maggio al 10% e a luglio stanno intorno all’1-2% per continuare a diminuire nei mesi successivi. Insomma uno dei peggiori incidenti possibili, ma con conseguenze limitate.

Pubblicato sul domenicale del Sole 24 Ore il 9 marzo del 2014

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