Il raid americano in Siria

isis-video L’intervento in Siria, annunciato da tempo, è scattato nelle ultime 48 ore. Per prudenza bisognerebbe aggiungere «almeno ufficialmente». Una prima salva di 40 missili di crociera è partita da due unità americano nel Mar Rosso e nel Golfo Persico, seguita mezzora dopo da una serie di bombardamenti che hanno colpito obiettivi nei pressi di Aleppo e Raqqa, la roccaforte dell’Isis in Siria. La terza ondata è arrivata circa otto dopo quando ad essere colpiti sono stati alcuni campi di addestramento nella Siria Orientale e alcune colonne di miliziani a Dier al Zour.

I dettagli di queste operazioni sono al momento molto scarni, ma Bill Roggio di Long War Journal sostiene che tra le vittime di questi attacchi ci sarebbe Abdallah al Muhaysini, un noto predicatore saudita che avrebbe avuto stretti rapporti con la formazione al Nusra e che da tempo perorava una riunificazione delle forze jihadiste più radicali. Un sito integralista ha pubblicato una foto di un’altra vittima eccellente di questi attacchi: si tratterebbe di Abu Yusuf al Turki, responsabile dell’addestramento dei tiratori scelti di al Nursa e di al Fadhli, una volta responsabile di al Qaeda in Iran, poi arrivato in Siria. Se queste notizie fossero vere allora i bombardamenti americani nei pressi di Aleppo erano destinati a colpire un’organizzazione di stretta fede binladiana, anche se resta da stabilire se stesse preparando attentati contro gli Stati Uniti. Il comunicato stampa del Centcom americano sostiene che gli attacchi abbiano colpito anche il gruppo Khorasan, una formazione qaedista particolarmente attiva durante il conflitto afgano quando si era distinta per una odiosa azione di controspionaggio con l’esecuzione di centinaia di persone che avrebbero passato informazioni alla Cia. Gli attacchi nella Siria orientale sembra abbiano interessato depositi di armi, munizioni e infrastrutture dell’Isis.
Foreign Policy ha pubblicato ieri un articolo il cui titolo recitava: Se gli attacchi americani non hanno sconfitto l’Isis in Iraq, possono raggiungere questo risultato in Siria? L’intervento, firmato da Kate Brannen una giornalista americana che si è occupata lungamente di difesa quando lavorava per Politico, solleva dubbi e perplessità. E’ noto da tempo che anche dentro il Pentagono si muovono due schieramenti: uno vorrebbe che Washington si limitasse ai raid aerei in Siria e in Iraq, mentre a condurre le operazioni sul terreno sarebbero le forze curde e irachene, un altro che sostiene la necessità di un intervento che utilizzi le forze di terra. Questo dibattito, alimentato dalla stampa americana da qualche mese, non sembra abbia grande fondamento: per molti analisti la politica di Washington vede la riproposizione di una strategia già utilizzata quando i talebani erano al potere a Kabul. In quel caso a combattere contro le forze talebane era stata soprattutto l’Alleanza del Nord, con il determinante sostegno dell’aviazione americana che aveva sistematicamente bombardato le posizioni talebane nelle Shomali Plains, la porta di ingresso verso la capitale afghana che infatti cadrà qualche mese dopo.
Se questa è la soluzione, che ovviamente non esclude l’utilizzo delle forze speciali, gli obiettivi di breve periodo si limiterebbero al «contenimento» delle forze dell’Isis in Iraq e in Siria, in attesa di preparare le forze irachene perché possano riprendere il controllo della situazione. Sarà una lunga guerra di attrito, sempre che non ci siano novità che obblighino Washington a rivedere la sua politica di intervento.

 

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