L’Isis si può battere a patto che…

SYRIA-CRISIS-IRAQ I bombardamenti in Siria e in Iraq hanno iniziato a smantellare le postazioni di al-Nusra e dell’Isis ed è lecito credere che la campagna aerea durerà molto a lungo. Ma basterà a sconfiggere i jihadisti oppure servirà soltanto a contenerne le forze? La domanda serpeggia da mesi fra i think tank che si occupano di sicurezza internazionale, ma ovviamente ci sono molte risposte a questa domanda e tutto dipende dall’ottica con cui si esamina il problema . Ma se per un attimo lasciassimo da parte le valutazioni strettamente politiche sulle decisioni di Barak Obama quale sarebbe la strategia più efficace per sconfiggere l’Isis?

A rispondere all’interrogativo è l’Institute for the Study of War, o ISW, un think tank americano che segue gli sviluppi della situazione irachena sin dal 2007. Questo gruppo di Washington ha pubblicato un lungo saggio – dal titolo «A Strategy to Defeat the Islamic State» − in cui esaminando le varie opzioni politico-militari arriva alla conclusione che l’Isis lo si può battere solo utilizzando forze americane sul terreno. Armare e sostenere le forze curde e irachene, con la copertura dell’aviazione americana, non consentirebbe di raggiungere l’obiettivo. Il verdetto sull’opzione scelta da Barak Obama – almeno apparentemente perché non si può escludere qualche tatticismo − è abbastanza impietoso: è pur vero che rinunciando all’impiego di forze di terra statunitensi si eviterebbe di rimettere i piedi nel pantano del 2003, ma l’attuale situazione irachena, e soprattutto la forza militare dell’Isis, è molto lontana dallo scenario in cui l’amministrazione Bush aveva pur scelto l’intervento armato, anche se commettendo molti errori. Oggi le formazioni jihadiste sono organizzate molto meglio rispetto allo scorso decennio, hanno almeno 15.000 uomini in armi e un budget che nessuna organizzazione terrorista ha mai avuto in passato. Governano una provincia nella Siria Orientale e buona parte dell’Est iracheno, hanno dalla loro parte molte tribù sunnite e diversi esponenti di rilievo dell’esercito e dei servizi segreti di Saddam Hussein. Insomma l’Isis è andata ben oltre al-Qaeda in Iraq – da cui proviene – e nel 2004 per stanare poco più di un migliaio di jihadisti che avevano preso Falluja è stato necessario schierare circa 10.000 marines in quella che viene definita la più sanguinosa battaglia che abbiano combattuto dopo quella di Hue in Vietnam.
Lo scenario disegnato dall’ISW prevede quattro fasi, ognuna delle quali presenta alcuni elementi di incertezza: la fase I è quella di contenimento dell’Isis, o se si preferisce di fermarne l’espansione. E’ quello che si sta facendo in questi giorni dove la forza aerea degli Usa, a cui si è aggiunta quella di alcuni sceiccati del Golfo, ha colpito i bersagli più vistosi delle formazioni jihadiste: le raffinerie in Siria per limitare i proventi dalla vendita clandestina di petrolio, i centri di comunicazione e controllo e infine i depositi di armi. I missili di crociera hanno pesantemente bombardato alcuni strutture nei dintorni di Aleppo, in mano ad alcune formazioni legate ad al Qaeda, per evitare che possano avere il controllo totale di questo centro urbano. Poi è toccato alla provincia di Raqqa, la roccaforte dell’Isis nella Siria Orientale, e una serie di obiettivi sparsi molti dei quali in prossimità del confine con l’Iraq. L’intento è sicuramente quello di «sigillare» questo confine – così come quello ai bordi con la Turchia − per ridurre la capacità di rifornire i miliziani dell’Isis oltre frontiera. Ovviamente la fase I verrà riproposta, presumibilmente a breve, anche in Iraq dove si cercherà di colpire i bersagli più importanti con missili di crociera e bombardamenti selettivi. Questa fase può durare molte settimane e ovviamente può infliggere perdite considerevoli al nemico, ma il vero problema nasce con la fase II. In questo caso il compito dovrebbe essere quello di interrompere la continuità con cui le milizie dell’Isis tengono sotto controllo il territorio. Significa annullarne la libertà di movimento e soprattutto interrompere la catena di comando confinando le sue forze in sacche di resistenza. Ma questo obiettivo è raggiungibile solo se è sostenuto da un risultato politico: ovvero convincere le tribù sunnite che hanno sostenuto l’Isis a rompere questa alleanza e soprattutto escludere che alcuni personaggi scomodi della precedente amministrazione di al Maliki continuino ad esercitare il loro potere a Baghdad, in special modo nel Ministero per la Sicurezza. Vanno anche scelti nuovi rappresentanti della minoranza sunnita, visto che personaggi come Osama Nujafi (ex speaker del Parlamento) e Rafia al-Issawi (ex ministro delle Finanze) hanno perso credibilità nei confronti della popolazione che rappresentavano. Un drastico cambio di regime riguarda anche alcuni leader tribali della provincia di Ninive e di Anbar di cui non è affatto certa la vicinanza al governo centrale e infine vanno rimossi dai centri di potere i leader della milizia sciita Badr Corps (di osservanza iraniana). Quindi il compito del nuovo premier, Hadi al-Amiri, si presenta difficile e saranno necessarie lunghe trattative, ma senza raggiungere questi obiettivi è impossibile spostare l’asse di equilibrio delle varie minoranze sunnite verso il governo centrale di Baghdad.
Lo stesso scenario va replicato in Siria dove vanno raggiunti due obiettivi: tentare di deporre Bashar al-Assad rinforzando la componente musulmana moderata e rendendola credibile a buona parte del paese. Nei due paesi implicati il compito si presenta immane, ma lo scenario va semplificato perché ci sono troppe componenti che possono rendere impossibile l’operazione di bonifica: l’Iran, ad esempio, ha infiltrato molti suoi uomini nelle forze di sicurezza irachene ed altrettanto hanno fatto l’Isis e Jhabat al-Nusra in Siria nei confronti del Free Syrian Army, la principale formazione che si oppone al regime di Damasco. Peraltro i successi dell’Isis in Iraq e in Siria costituiscono un enorme polo di attrazione che può spingere qualche formazione moderata a cambiare bandiera: qualche segnale lo si è già visto nelle scorse settimane, ma il quadro è destinato a intensificarsi in futuro se la fase I e II non raggiungesse rapidamente i suoi obiettivi. In mancanza di questo risultato i rischi che si assumerebbero gli Usa sarebbero elevatissimi: i colpi di mano che i militari chiamano «green on blue» − ovvero attacchi dovuti a infiltrazioni nelle forze regolari lealiste − sono una lunga consuetudine nel conflitto afghano. In sintesi le forze dell’Isis vanno «depurate» dei suoi alleati di comodo spingendoli, od obbligandoli per opportunità, a cambiare strategia.
Secondo l’ISW la fase II e III, quest’ultima è il preludio all’operazione finale di «fix and destroy» delle formazioni dell’Isis, non possono essere completate senza la presenza di forze americane sul terreno. Secondo gli specialisti dell’Istituto di Washington è necessario il dispiegamento di circa 25.000 uomini che non vanno impiegato secondo lo schema classico dell’intervento, ma che debbono costituire una forza di reazione rapida in grado di assistere e completare gli obiettivi assegnati alle forze curde e irachene che combattono sul terreno. Tutto questo richiede la messa in sicurezza di avamposti sicuri nel confine siriano e nell’est iracheno perché le provincie di Ninive, Anbar e Raqqa sarebbero troppo distanti dalle basi che attualmente sono sotto il controllo del governo centrale di Baghdad. Nella fase II e III c’è ovviamente una strategia di eliminazione mirata, dei leader dell’Isis, che abbiamo già visto in altri teatri di controinsurrezione (principalmente in Pakistan, Yemen e anche Somalia). Ovviamente queste eliminazioni indeboliscono la sua struttura militare, ma comportano inevitabilmente la «dispersione» delle forze nemiche, che saranno obbligate a colpire centri nevralgici della coalizione, magari con una campagna di attentati suicidi e colpi di mano a Kirkuk, Arbil, Samarra e Baghdad. In ogni caso la strategia dell’Isis, anche nell’eventualità di una drastica riduzione dei suoi vertici di comando, sarà quella di rifugiarsi in grandi agglomerati urbani praticando «attacchi decentralizzati».
Per arrivare ad avere ragione dell’Isis è necessaria anche una fase IV, ovvero riconquistare i principali centri urbani che oggi controllano in parte o in toto: l’obiettivo minimo è «ripulire» Mosul, Tikrit e Falluja in Iraq, ma anche Raqqa, al-Bab e Manbij in Siria. Alcuni specialisti sostengono che una simile operazione può richiedere anche tre anni, ma per l’ISW è impossibile arrivare al risultato finale senza impiegare truppe sul terreno.
Il rapporto dell’Istituto di Washington è stato redatto da specialisti del settore fra cui ex ufficiali dell’esercito americano, uno dei quali ha lungamente operato nell’intelligence durante la campagna irachena. E’ presumibile che siano ben informati anche perché lo scenario che presentano è molto credibile. Da un punto di vista strettamente politico non è da escludere che Washington abbia adottato la filosofia del «wait and see» in cui ogni fase è rimodulata in tempo reale dai risultati raggiunti e dalle eventuali alleanze politiche a livello internazionale. Certo si tratta di un quadro straordinariamente complesso che comporterà un intenso lavoro diplomatico non solo nelle cancellerie occidentali, ma anche nella capitali del Medio Oriente.

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