Perché l’Isis sgozza gli ostaggi?

isis-iraq-jms Gli sgozzamenti dell’Isis e le atrocità che commettono in Siria e in Iraq hanno un senso? In altri termini sono azioni eclatanti che nascono da un calcolo strategico o piuttosto sono fini a se stesse perché motivate da forme di odio ingovernabili? Resta il fatto che queste atrocità, se analizzate facendo riferimento al sistema di valori occidentali, sembrano non avere alcun senso. Gli sgozzamenti postati sui forum jihadisti generano sgomento ed orrore, per cui almeno da noi comportano una pratica di rimozione collettiva: molti cancellano il problema perché non sono in grado di collocarlo in un contesto razionale.
Sul piano più generale è fatale che se si fa massicciamente ricorso alla realpolitik in salsa nostrana l’unica opzione praticabile sia il disimpegno o gesti puramente simbolici. Il nostro paese sembra partecipare alla coalizione internazionale chiesta da Obama per combattere l’Isis, ma la risposta è stata l’invio di un carico di armi leggere, sequestrate anni fa ad un noto trafficante internazionale e stivate alla Maddalena, con l’aggiunta di qualche aereo cisterna e forse un piccolo contingente di uomini cui spetterebbe il compito di addestrare le forze di sicurezza irachene. I curdi hanno bisogno di AK-47, di qualche RPG o altri ferri vecchi destinati agli sgangherati conflitti del Terzo Mondo dove ci si accontenta di qualsiasi cosa a patto che costi il meno possibile? I diretti interessati, i curdi, ovviamente sostengono che hanno bisogno di ben altro. E’ una rimozione anche questa? O forse c’è il terrore di dover far fronte a reazioni estreme da parte dell’Isis se la nostra partecipazione fosse realmente attiva? Cosa accadrebbe nel teatrino italiano se tre ostaggi italiani fossero decapitati in pubblico nel deserto della provincia di Raqqa e il video dell’esecuzione girasse liberamente in rete?
La situazione italiana ovviamente non fa testo, ma la domanda da cui siamo partiti è centrale: L’Isis è una minaccia per la sicurezza internazionale? La risposta è si, anche considerando la generale chiamata alle armi di questa organizzazione che può «risvegliare» movimenti affiliati, come dimostra l’esecuzione di un ostaggio francese in Algeria. Se l’Isis è destinato a diventare un attore centrale nello scenario Medio Orientale, qual è la sua strategia e perché ricorre con uno studiato tempismo agli sgozzamenti? La Brookings Institution ha chiamato a raccolta un gruppo di analisti del Medio Oriente a cui ha chiesto di rispondere per mail a queste domande. I principali punti di dibattito – per chi non ha la pazienza di leggere gli interventi che abbiamo tradotto in coda − riguardano non solo gli sgozzamenti ma più in generale le finalità della campagna dell’Isis. Ha realmente intenzione di misurarsi con l’Occidente obbligando le grandi potenze a scendere in campo? E’ questo lo scopo e gli sgozzamenti sono una provocazione per arrivare a questo risultato? Le posizioni degli intervenuti sono molto diverse: per alcuni la crisi siriana e irachena ha obbligato l’Isis a muoversi passo dopo passo scegliendo fra le opzioni disponibili al momento (e questa non è una strategia pensata sul lungo periodo ma su obiettivi a breve). Per altri l’organizzazione terroristica ha adottato una lucida strategia dal tardo 2009 per conquistare un territorio più vasto possibile che gli ha consentito di fondare il Califfato. Se è così non è da escludere che gli obiettivi siano cambiati nel tempo, perché il successo di questa organizzazione potrebbe essere dovuto a una serie di condizioni esterne, piuttosto che a una lucida programmazione studiata a tavolino. Insomma la situazione è molto simile a un piano inclinato in cui gli oggetti prendono rapidamente velocità: la metafora riguarda l’Isis ma forse anche le potenze occidentali che si sono trovate impreparate a gestire la crisi. Gli sgozzamenti servono a galvanizzare i jihadisti spingendo lupi solitari ad effettuare attentati? Oppure sono destinati a mettere con le spalle al muro le cancellerie occidentali obbligandole a confrontarsi militarmente? L’Isis è un «attore razionale» che pianifica la sue mosse oppure è pervaso da un senso millenaristico che gli forza la mano portandolo a comportamenti che strategicamente sono controproducenti? Per altri ancora la strategia è quella dell’instabilità costruttiva: significa approfittare di qualsiasi varco si presenti nel tentativo di funzionare come innesco di una contro-insurrezione su vasta scala in Medio Oriente. Questo dibattito va avanti da diversi mesi ma forse è la dimostrazione più evidente che storicamente – almeno dal 2001 – le formazioni terroriste hanno sempre praticato lo stesso schema: quello di indurre le potenze occidentali all’errore. Se tutto questo è vero allora a determinare le sorti di questo conflitto non sarà tanto l’Isis ma il comportamento dei paesi occidentali e la loro capacità di gestirne gli inevitabili contraccolpi.

Shadi Hamid.
Come già molti di voi sapranno il portavoce dell’Isis, Abua Mohamed al-Adnani, ha rilasciato una lunga dichiarazione diffusa lo scorso sabato (http://goo.gl/BFYMAZ) che ha suscitato grande interesse perché è il primo ordine di un dirigente dell’Isis che chiede espressamente di colpire civili occidentali. Ma credo anche che tutto questo riproponga la questione se l’Isis abbia realmente intenzione di spingere gli Usa verso un maggiore coinvolgimento nel conflitto, oppure sia un errore di calcolo considerando che gli sgozzamenti sono destinati a scandalizzare l’opinione pubblica americana. E quindi, intenzioni a parte, resta la domanda se credono di avere un vantaggio spingendo gli usa verso una maggiore presenza nel conflitto, cosa che sta chiaramente avvenendo. E’ una delle questioni da valutare, ma personalmente ritengo che fra di loro ci siano molti punti di disaccordo, e per buone ragioni. Una parte può pensare che diversamente da al-Qaeda l’Isis si sia principalmente focalizzato sui temi del Califfato Islamico, conquistando e governando un territorio, cosa che rende meno probabile che vogliano un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti. Ma tutto questo richiede di assumere la prospettiva che si abbia a che fare con un «attore razionale», che non necessariamente si può applicare in questo caso, o che richiede di guardare diversamente al problema. Ad esempio l’Isis potrebbe avere una diversa interpretazione di quello che noi possiamo fare e dei benefici che ne ricaverebbe. Ad esempio se gli Usa fossero maggiormente coinvolti dovrebbero pesantemente appoggiarsi ad alleati autocratici: se dovessero collaborare con i governi sciiti e si dimostrassero meno interessati a combattere Assad, tutto questo potrebbe essere utile per la propaganda dell’Isis, così come potrebbe aumentare il sostegno della minoranza sunnita. Ho anche ragionato sul saggio «Somebody’s Else’s Civil War», di Michael Doran, dove sostiene che organizzazioni terroriste tentano di provocare le grandi potenze per fare cose che altrimenti non farebbero. Che tutto questo lo si possa riferire all’Isis dipende da quanto il pensiero di al-Qaeda sia applicabile a un diverso tipo di organizzazione. (n.d.r, Michael Doran nel saggio citato da Hamid scrive: Nelle settimane che seguono l’11 settembre gli americani si sono ripetutamente chiesto perché ci odiano così tanto? Ma per capire cosa è successo c’è una domanda molto più importante: perché ci vogliono provocare? David Fromkind ha suggerito una risposta su Foreign Affairs nel lontano 1975: il terrorismo – scrive – è una forma di violenza utilizzata per generare paura: ma è destinata a far sì che la paura spinga qualcuno a mettere in atto un programma di azioni che sia in grado di realizzare ciò che realmente i terroristi desiderano).

William McCants
Sono stato a lungo diviso sul fatto che l’Isis abbia tentato o meno di spingere gli Stati Uniti a inviare forze sul terreno. All’inizio ho pensato che l’Isis stesse seguendo la strategia che Osama bin Laden e Ayman al-Zawahri hanno architettato, prima di Tora Bora, come tentativo di forzare gli Usa ad intervenire (per le ragioni che Shadi Hamid ha già spiegato) o addirittura di invadere l’intera regione. Sarebbero stati felici della seconda opzione perché un’invasione su larga scala avrebbe portato allo stesso risultato: gli Stati Uniti avrebbero fatto le valigie e sarebbero tornati a casa. Bin Laden, al-Zawahri ed altri sono stati molto delusi dal fatto che gli Usa hanno usato i bombardamenti, le forze speciali e alcune tribù afghane per rovesciare il regime talebano. Un altro modo per leggere gli sgozzamenti è quello di incitare i «lupi solitari» a compiere attentati (n.d.r in letteratura vengono chiamate così piccole cellule autogestite slegate dal coordinamento centrale delle organizzazioni-madre. I casi esemplari sono gli attentati alla ferrovia leggera di Madrid e alla metropolitana di Londra, ma anche l’attentato di Boston). Anche questo è un modo per punire gli Usa e per scoraggiare future azioni. Nella letteratura jihadista è citato con l’espressione «pagare il prezzo» e io in questo momento propendo per questa interpretazione. Ma non possiamo esserne sicuri sin quando non avremo a disposizione qualche documento interno che possa chiarire questo punto. Come tu hai già detto è sbagliato assumere che loro condividano le nostre valutazioni su cosa significhi «vincere». Incidentalmente sia la strategia di «pagare il prezzo» e del «diventa grosso o sarai sconfitto» sono entrambe citate nel Management of Savagery di Naji del 2004, un testo che secondo alcuni ha ispirato l’Isis. (n.d.r. Questo testo di Abu Bakr Naji è stato tradotto dall’Istituto di Studi Strategici dell’Harvard University e lo si trova qui http://goo.gl/xzIBOi).

Shadi Hamid
Credo che il leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi e i suoi vice, molti dei quali erano ufficiali dell’esercito di Saddam Hussein, abbiano un’idea abbastanza precisa di come gli Stati Uniti, se sfidati, possano rispondere duramente. Ho qualche dubbio nel ritenere che sgozzare cittadini americani indebolisca la nostra volontà di essere coinvolti. Ma oltre questo, io credo che i gruppi estremisti come al-Qaeda e l’Isis, con tutte le differenze del caso, pratichino la cosiddetta «instabilità costruttiva»: il loro obiettivo è di scuotere profondamente l’ordine regionale e hanno avuto successo dopo gli attentati dell’11 settembre. Così come conferma il proclama di Adnani l’Isis si presenta non solo come avversario degli Stati Uniti, quanto di una grande e malvagia alleanza fra gli Usa e la comunità sciita. Tutto questo ha un considerevole valore in una regione in cui l’anti-americanismo è su valori molto elevati in diversi paesi. Ma c’è anche il «messianismo» che distingue l’Isis, ad esempio da Ahrar al-Sham (n.d.r. un gruppo armato siriano, che raduna varie formazioni di impronta ideologica islamista e salafita, che combattono contro il regime siriano di Damasco) e anche Jabhat al-Nusra il cui obiettivo primario è combattere Assad. Quando Adnani dice «morire in battaglia è una vittoria». E’ qui dove si nasconde il segreto, perché significa che combatteremo un nemico che non potrà mai essere sconfitto. Significa arrivare alla vittoria o morire. Io tendo a interpretare alla lettera queste parole, e non ho dubbi, forse con l’eccezione di qualche ex baatista, che la stragrande maggioranza [dei miliziani] dell’Isis crede in questo e possono trovare auspicabile la probabilità di morire se innescano un conflitto regionale con gli Stati Uniti. Dopo tutto sono dei deterministi storici, così la sconfitta in tempi brevi per mano degli Stati Uniti non altera la prospettiva di lungo periodo.

Daniel Byman
Qualche volta tendiamo ad esagerare la coerenza strategica di gruppi come l’Isis o al-Qaeda. Prima Bin Laden, e oggi al-Zawahiri, hanno pensato in modo strategico, quindi anticipando la reazione di quello che consideravano il loro nemico e comportandosi di conseguenza. In ogni caso le loro strategie sono state spesso poco realistiche perché si basavano su assunzioni sbagliate o addirittura assurde. L’attacco dell’11 settembre era giustificato da due assunti logici: 1)che l’attacco sarebbe stato una versione massiccia di Blackhawk Down e quindi in grado di obbligare gli Stati Uniti ad abbandonare il Medio Oriente (n.d.r. viene chiamata Blackhawk Down un’operazione che truppe aviotrasportate americane hanno condotto in Somalia il 3 e il 4 ottobre del ’93, subendo pesanti perdite e restando sconfitte sul terreno). 2)Che l’attacco avrebbe spinto gli Usa in Medio Oriente rivelandone la vera natura (e quindi dando conferma alle tesi di al-Qaeda): se avessero dispiegato truppe sul terreno avrebbero subìto la stessa sorte toccata alle forze di invasione sovietiche in Afghanistan.
In ogni caso si può dire che al-Qaeda si sia mossa strategicamente, anche se oggi la logica sembra molto diversa. Per quello che riguarda l’Isis non sono sicuro che abbiano un approccio coerente nei confronti degli Stati Uniti. I loro obiettivi sono regionali e locali e la guerra diventa sempre più imminente. Ovviamente maggiore sarà il ruolo degli Usa e più intensa sarà la loro risposta. Per altri versi la competizione con al-Qaeda li può spingere verso l’Occidente in modo da sovrastare le formazioni rivali. Ma per il momento sembrano avere maggiore successo nel reclutare [nuovi miliziani] e cercare finanziamenti focalizzando la loro azione sul confronto con gli sciiti e fondando quello che loro definiscono Stato Islamico.

Jeremy Shapiro
Mi sembra che le differenze di vedute su quelli che sarebbero gli obiettivi dell’Isis sia il risultato di una discussione eccessivamente amplificata negli Usa su cosa diversifica le strategie dell’Isis e di al-Qaeda e cosa comportino queste differenze per il nostro paese. Ovviamente entrambe le formazioni vogliono il Jihad ma non allo stesso modo. Così come Martin Indyk ha sottolineato forse la differenza più rilevante è che l’Isis governa un territorio e che cerca di farlo senza preoccuparsi dell’ideologia. Questo è un ruolo che tende a cambiare chi governa quanto i governati. Sta a significare che tu hai guadagnato qualcosa che puoi perdere e molti odiano perdere ciò che hanno già conquistato. Questo implica che la situazione più vicina all’Isis sia quella dei talebani piuttosto che quella di al-Qaeda. Le due formazioni hanno valutato diversamente l’intervento americano in Afghanistan e pagato prezzi molto diversi dagli eventi che ne sono seguiti. Ovviamente le logiche possono essere molto diverse e credo che nessuno di noi sia in grado di entrare nella testa dei leader dell’Isis o capirne la struttura di decision-making che può presentare punti di incoerenza e di contraddizione. Ma possiamo affermare che la strategia di governo dell’Isis tenderà a produrre un certo tipo di organizzazione indipendentemente dal loro pensiero ideologico.

Shadi Hamid
Mi sono imbattuto in alcuni articoli e ne ho trovato uno in cui Obama ragionava su cosa avrebbe pensato se fosse stato un consulente dell’Isis. Un aspetto interessante nel contesto di questo dibattito. Se [Barak Obama] fosse stato un consulente dell’Isis non avrebbe ucciso alcun ostaggio ma lo avrebbe rilasciato con una scritta sulla schiena: «State lontani da qui, non sono affari vostri». Questa mossa, speculava Obama, avrebbe minimizzato il consenso [dell’opinione pubblica] per un intervento militare. Mi è sembrata una dichiarazione un po’ naïve, dimostrando che la posizione di Obama – accettabile in altri contesti – parte dal presupposto che l’Isis sia un «attore razionale», che evidentemente non si può applicare in questo caso. Mi preoccupa anche che abbia sottovalutato il fatto che un coinvolgimento degli Usa, se non sostenuto da una strategia di lungo termine in Siria, si può dimostrare meno positivo per il raggiungimento dei nostri obiettivi. O almeno quelli a cui ci piace pensare.

Charles Lister
Nel 2014, e in particolare dopo giugno, l’Isis ha più o meno adottato una strategia «step-by-step» spingendo i suoi nemici (locali, regionali o internazionali che fossero) a muoversi in un piano inclinato dove l’Isis, almeno apparentemente, ha compiuto progressi imprevedibili che hanno spinto i suoi avversari verso reazioni improvvisate e a breve termine. Questa situazione ha prodotto una escalation non pianificata che comporta il rischio di dover buttare nella mischia risorse preziose. Da questo punto di vista lo sgozzamento degli ostaggi era almeno in parte un tentativo da parte dell’Isis di sondare la riluttanza con cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea avrebbero accettato di essere coinvolti in un altro conflitto in Medio Oriente, un esito inevitabile quando cittadini occidentali vengono giustiziati in simili circostanze. Se ci limitiamo a considerare questa sequenza l’Isis è riuscito in parte ad ottenere un risultato. Per quanto riguarda questa organizzazione ritengo abbia senso ipotizzare che non fosse interessata ad un confronto diretto con gli Stati Uniti. In ogni caso lo sgozzamento degli ostaggi è iniziato dopo i raid americani, ma anche dopo che l’Isis ha conquistato un sufficiente controllo territoriale per proclamare il Califfato. Già a partire dal tardo 2009 l’Isis ha adottato una metodica strategia multi-stadio di recupero, crescita, espansione e consolidamento (…). Come è stato già precedentemente notato questa fase è stata dominata da interessi locali e regionali che tendevano a creare le condizioni necessarie per aumentare il controllo territoriale. Ma oggi siamo in una diversa fase, e indipendentemente dal fatto che lo Stato Islamico sia realistico o no considera se stesso come un’entità completamente diversa rispetto a quanto pensava in passato. Riguardo a questo aspetto non possiamo minimizzare l’intensa ideologia millenaristica che ha portato alla sua fondazione e presente ancora oggi. La recente dichiarazione di Adnani conferma l’intenzione dell’Isis
di marciare su Damasco, mentre la recente offensiva a nord di Aleppo è riuscita a conquistare la città simbolo di Dabiq. Questo per dire che i due obiettivi citati sono molto in linea con il pensiero originale di al-Zarkawi (n.d.r. il fondatore di al-Qaeda in Iraq eliminato da un raid americano nel 2006. L’ultimo periodo dell’intervento di Charles Lister è dedicato a quanto avviene nelle forze insurrezionaliste che combattono il regime di Damasco. L’avvento del Califfato Islamico ha fatto spostare alcune formazioni – in origine molto vicine alle posizioni americane – verso l’Isis. I gruppi «transfughi» sono almeno 11, ricorda Lister, e alcuni sono stati finanziati in passato dagli Usa. Insomma i raid con i missili di crociera e i bombardamenti aerei non bastano a sconfiggere l’Isis e al-Qaeda in Siria e in Iraq se si perdono alleati preziosi che passano dall’altra parte della barricata).

Biografie

Shadi Hamid, Fellow, Project on U.S. Relations with the Islamic World, Center for Middle East Policy, Foreign Policy Program
William McCants, Director, U.S. Relations with the Islamic World and Fellow, Center for Middle East Policy, Foreign Policy Program
Daniel Byman, Senior Fellow and Director of Research, Center for Middle East Policy, Foreign Policy Program
Jeremy Shapiro, Fellow, Center on the United States and Europe, Project on International Order and Strategy, Foreign Policy Program
Charles Lister, Visiting Fellow, Brookings Doha Center, Foreign Policy Program

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: