La posta in gioco a Kobane

Kobane airstrikes In tre settimane di combattimenti i miliziani dell’Isis non sembrano aver piegato le poche migliaia di curdi che difendono Kobane. Al momento l’Isis sembra avere il controllo di circa un quarto della città di frontiera, ma i bombardamenti americani delle loro linee di rifornimento sembrano averne interrotto l’avanzata. Kobane è un avamposto strategico per l’Isis? Non sembra, l’esercito di Ankara ha schierato le sue forze corazzate al confine e questo preclude all’Isis di guadagnare un passaggio verso la frontiera turca che ora è fortemente presidiata. Alcuni analisti sostengono che per ogni curdo caduto in combattimento l’Isis ne perde almeno tre. Kobane è quindi un obiettivo simbolico, forse da conquistare anche con forti perdite, perché i miliziani possano rivendicare una vittoria sul campo. Il pasticcio di Kobane ha vistosi retroscena in Turchia dove sia i militari che il governo non vedono di buon occhio un territorio autonomo, anche se in Siria, controllato dai curdi. Kobane la si potrà salvare solo se si convincerà il governo di Ankara a fare qualcosa.

Giovedì e venerdì della scorsa settimana il generale John Allen, inviato in Turchia da Barak Obama, ha avuto dei colloqui riservati con la leadership turca, ma al momento non sembra ci siano stati grandi risultati. Nel frattempo fra i manifestanti curdi in Turchia ci sono state 21 vittime. La riluttanza di Ankara a fare qualcosa è giustificata da un puro calcolo: il tavolo di trattativa per trovare una soluzione al problema curdo in Turchia potrebbe risentire degli sviluppi in Siria. E potrebbe essere un pericoloso precedente. Il ministro degli esteri turco, durante una riunione NATO a Bruxelles, ha detto che è «irrealistico sperare che Ankara si impegni da sola in operazioni sul terreno. Stiamo conducendo un negoziato e una volta che verrà presa una decisione comune il nostro governo farà la sua parte». Ankara vorrebbe una no-fly zone lungo il confine siriano per consentire il rientro dei profughi siriani che ora accoglie nel suo territorio, e sono quasi un milione e mezzo di sfollati. Dall’altra parte della barricata il leader del Partito democratico curdo (HDP) chiede da tempo che la Turchia crei un corridoio difeso che consenta ai volontari curdi di unirsi ai combattenti che difendono Kobane. Ovviamente la richiesta è caduta nel vuoto. Ma allo stesso tempo la caduta di Kobane può generare vistose ripercussioni in Turchia ingrossando le fila del PKK (il braccio armato della minoranza curda, il cui leader, Ocalan, è ancora in carcere). Il puzzle, quindi non si presenta di facile soluzione ed ha anche ripercussioni di carattere internazionale. La Turchia è l’avamposto della Nato ad est e quindi suona strano che si tiri fuori da una coalizione internazionale che tenta di frenare l’ascesa dell’Isis. Nel frattempo i bombardieri americani bersagliano con una certa sistematicità le posizioni dell’Isis nei pressi di Kobane, ma i bombardamenti ovviamente non bastano. Washington ha dislocato un certo numero di elicotteri di attacco in Iraq, gli Apache, ma per operare nel nord della Siria è necessario che dispongano di basi vicine. E c’è da dubitare che Ankara consenta agli Stati Uniti di usare le basi nel suo territorio.

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