La caccia ai leader dell’Isis

kobane Gli Stati Uniti dall’8 agosto in poi hanno effettuato almeno 800 missioni contro l’Isis, ma al momento la struttura di comando di questa organizzazione sembra virtualmente intatta. Come mai? Nei Territori ad Amministrazione Tribale pakistani, dove si erano rifugiati i talebani e gli uomini di al Qaeda, la strategia delle eliminazione mirate è stata l’arma vincente per ridurre la forza dei gruppi insurrezionalisti di cui è stato scardinato il coordinamento. Lo schema è stato utilizzato in altri teatri di conflitto, ma al momento non sembra che in Iraq ci siano le condizioni per riproporlo. E i motivi sono diversi.

In un discorso del 10 settembre Barak Obama aveva detto che l’approccio per combattere l’Isis sarebbe stato lo stesso già sperimentato in Yemen e in Somalia. Al momento l’unico obiettivo «di alto valore» colpito in Iraq sembra sia stato Abu Hajar al-Sufi, che ricopriva un alto incarico nell’Isis, ucciso durante un bombardamento. Per il resto si ha notizia di centinaia di foot soldier dell’organizzazione jihadista colpiti, ma nessun altro capo manca all’appello. Dare la caccia ai leader dell’Isis è un’operazione time-consuming, che peraltro richiede un lungo lavoro di intelligence, che al momento non sembra praticabile. Le forze statunitensi hanno lasciato l’Iraq nel 2011 e quindi hanno riportato a casa non solo i reparti che operavano in quel paese, ma anche uomini che lavoravano nell’ombra per i servizi. Le eliminazioni mirate richiedono un flusso costante di informazioni ed è probabile che al momento non ci sia la struttura necessaria a seguire, intercettare ed eliminare la catena di comando dell’Isis. Durante il conflitto in Afghanistan e in Iraq – dice a Foreign Policy Thomas Sanderson del Centro per gli studi strategici – c’erano molti uomini che lavoravano ai programmi di ricostruzione e ne supervisionavano i progetti, quindi erano in grado di raccogliere un grande volume di informazioni sul terreno. Oggi non ci sono più e le forze di sicurezza irachene non sembra siano in grado di assolvere a un compito così complesso e capillare.
Un secondo motivo è anche un cambio di strategia dell’Isis i cui uomini si sono rifugiati in contesti urbani, sia in Siria che in Iraq, confondendosi con la popolazione civile: «tutto questo comporta il fatto che sia molto difficile localizzarli e praticare le eliminazioni mirate» dice David Johnson, un esperto di affari militari della Rand Corporation. Un recente rapporto del Sofan Group, pubblicato pochi giorni fa, sostiene che nonostante la grande quantità di analisi sull’Isis, comparse dopo il 2011, non ci sono informazioni certe sulla leadership di questa organizzazione e sulla sua struttura operativa. Al-Baghdadi sembra si sia rifugiato a Raqqa, in Siria, e due dei suoi principali comandanti militari – essendo ex alti ufficiali del passato regime di Saddam Hussein – hanno sicuramente trovato dei rifugi sicuri in Iraq. Altri ancora sostengono che la gestione centralistica del passato abbia lasciato il posto a un’organizzazione più snella – dove vige una certa autonomia dei reparti – che è molto più facile da occultare. Recuperare il tempo perduto e rimettere in piedi un sistema di raccolta delle informazioni richiederà quindi molto tempo. Forse sapremo che l’obiettivo è stato raggiunto quando verranno segnalate eliminazioni mirate dei leader e dei comandanti militari dell’Isis. Ma questo risultato sembra ancora molto lontano.

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