Ebola: i conti che non tornano

ebola tpc Gli ultimi dati sulla circolazione di Ebola nell’Africa Occidentale sembrerebbero indicare un leggero rallentamento dell’epidemia. Se così fosse sarebbe una buona notizia, ma va interpretata con una certa cautela. Alison Galvani, della Yale University, sostiene che i contagi sono una specie di bersaglio in movimento di cui è difficile seguire le tracce: in alcuni distretti la diminuzione dei casi sembra evidente, ma bisogna considerare i cosiddetti hot spot, ovvero nuclei di trasmissione che possono comparire in modo improvviso e innescare una nuova catena di contagio.

Resta il fatto che i modelli sin qui studiati per prevedere gli sviluppi della malattia ne hanno sovrastimato l’impatto: l’ultimo, pubblicato il 7 ottobre, prevedeva che per la fine dello stesso mese il conteggio totale dei casi sarebbe stato tra 9.400 e 47.000 nella sola Liberia, e si tratta del paese maggiormente colpito da Ebola. Il 7 novembre il consueto rapporto settimanale del Who ha dimostrato che questa proiezione è fuori scala, infatti in Liberia i casi sono saliti a 6.619, quindi ben al di sotto del valore minimo previsto dal modello. L’autore del lavoro, Alessandro Vespignani della Northeastern University di Boston, si è difeso dicendo che si trattava del peggiore scenario possibile, in assenza di interventi, e considerando anche il fatto che le statistiche ufficiali non tengono conto del cosiddetto “sommerso”, ovvero ammalati che non si sono rivolti alle strutte dedicate e quindi non vengono censiti. Ai primi di novembre il centro di Medici senza frontiere di Monrovia aveva 80 letti occupati su 250, ma il responsabile di questa struttura, Fasil Tezera, ha invitato alla cautela: “questa epidemia è imprevedibile” ha detto, quasi a sottolineare il fatto che è pericoloso affidarsi a dati parziali. Una buona dimostrazione di come si genera un hot spot si è presentata due settimane fa quando si è appreso che una bambina di due anni in fase conclamata della malattia ha viaggiato in un autobus per centinaia di chilometri, i suoi genitori scappavano dalla Guinea per rifugiarsi in un paese più tranquillo, il Mali. Per sapere se questo viaggio darà innesco a un nuovo cluster bisognerà attendere tre settimane ed è difficile credere che tutti i passeggeri dell’autobus siano attualmente in quarantena.
Le previsioni sul comportamento di Ebola sono molto difficili anche perché il valore del cosiddetto R0, ovvero il numero di contagi che si origina da un caso conclamato, ha stime molto difformi: generalmente lo si indica fra 1,2 e 2,2, un intervallo troppo largo per costruirci delle previsioni affidabili. Se un rallentamento dell’epidemia c’è stato, sottolinea Nick Goldin dell’Università di Oxford, allora significa che anche livelli moderati di intervento possono raffreddare la diffusione del virus. A dare sostegno a questa interpretazione c’è un importante lavoro di un gruppo di statistici di Yale, pubblicato su Science il 30 ottobre, che modellizza i contagi che si generano in ambiente ospedaliero, in famiglia e nelle cerimonie funebri. Se si arrivasse a far sì che tutti i funerali fossero celebrati in condizioni di sicurezza, pur rispettando le tradizioni religiose locali, il valore di R0 sarebbe destinato a scendere sotto l’unità e questo interromperebbe lentamente, ma anche inesorabilmente, la circolazione del virus. Fra tutte le misure prospettare dal Who è quella che costa meno e probabilmente è anche la più efficace.
Da un punto di vista strettamente scientifico non si può dire che per Ebola ci si muova al buio, ma sicuramente in una forte penombra. Gli oltre 13.000 casi sin qui registrati indicano che il virus ha viaggiato molto, ma non sappiamo esattamente quali sono gli ultimi passi del suo percorso evolutivo, se ci sono state delle mutazioni e che valore abbiano dal punto di vista epidemiologico e clinico. Le uniche sequenze depositate in una database pubblico risalgono all’agosto di quest’anno e provengono da 78 pazienti della Sierra Leone. I campioni sono stati raccolti tra la fine di maggio e metà di giugno, quindi sono relativi ai primi casi della malattia. Da quel momento in poi nessun istituto, in Europa e negli Usa, ha avuto il tempo per analizzare altri campioni perché impegnati a fare esami diagnostici per i paesi dell’Africa Occidentale. Il laboratorio di riferimento europeo di Amburgo, ad esempio, ha circa 3.000 provette provenienti dalla Guinea che attendono tempi migliori per essere analizzate dalle macchine sequenziatrici. Altri istituti lamentano il fatto che è molto difficile superare le barriere doganali e importare materiale biologico dai paesi colpiti da Ebola, al punto che per risolvere il problema stanno pensando di spostare alcuni sequencer in loco. Una volta analizzati questi genomi potrebbero rivelare il panorama della malattia, ad esempio un cluster di virus molto vicini fra loro potrebbe rivelare gli hot spot dell’epidemia, oppure quanti salti di specie ci siano stati dal serbatoio animale. Insomma è presto per trarre conclusioni.

Da il Sole 24 Ore del 16 novembre 2014

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