Agent Storm: così mi sono infiltrato in al Qaeda

Agentstorm Morten Storm ha lavorato per tre servizi segreti occidentali e per cinque anni ha agito sotto copertura infiltrandosi in diversi gruppi di al Qaeda in Medio Oriente. Il suo ruolo di doppio agente è stato rivelato nel 2013 da una serie di articoli comparsi sulla stampa danese, ma recentemente è stata pubblicata la sua autobiografia – Agent Storm, my life inside al Qaeda and the Cia – scritta insieme a due noti giornalisti americani, Paul Cruickshank e Tim Lister della CNN. Si tratta di uno dei libri più importanti sulla storia recente del movimento jihadista perché rivela molti retroscena della guerra sotterranea che la Cia ha scatenato contro il terrorismo. E si legge tutto di un fiato.

Morten Storm è un giovane ragazzo danese, sbalestrato e ribelle, cresciuto a Korsor, nella periferia urbana della Danimarca. Diventa membro di una gang di motociclisti, traffica in droga e armi, sin quando non viene arrestato. Una volta scontato il breve periodo di pena Storm frequenta la locale comunità di immigrati musulmani, ed essendo un uomo senza radici abbraccia questa religione. Frequenta vari gruppi, in Danimarca e in Gran Bretagna, raccoglie denaro per la causa e infine viene invitato a frequentare una scuola coranica in Yemen, dove resterà due anni. Le sue frequentazioni interessano il servizio segreto danese che gli propone di diventare un informatore in cambio di denaro e di una sorta di immunità per alcuni reati commessi. La parte meno convincente del libro è l’abiura di Storm, una profonda delusione per la religione che ha abbracciato, diventata nel frattempo una copertura per molti attentati che colpiscono anche i musulmani in diversi paesi. I servizi danesi gli fanno incontrare alcuni rappresentanti del controspionaggio britannico che lo assoldano, Storm raccoglie molte informazioni nelle comunità musulmane inglesi e compie molti viaggi in Yemen, dove soggiorna per lunghi periodi. Nella sua casa di Sanaa ha l’occasione di conoscere Anwar al-Awlaki, un predicatore carismatico, che ha studiato negli Usa, e destinato a diventare un punto di riferimento per il movimento jihadista, non solo in Yemen ma in tutto il Medio Oriente e nelle comunità musulmane in Occidente. Il legame del giovane danese con al-Awlaki interessa molto la Cia. Storm scrive che è stata una chiavetta usb a consentire alla Cia di localizzare il predicatore yemenita e di eliminarlo con l’attacco di due droni. A Storm spetterebbe la taglia, 5 milioni di dollari, che la Cia gli nega perché sostiene di essere arrivata a localizzare al-Awlaki con altri mezzi. Nel frattempo Storm si è infiltrato nei movimenti radicali kenioti e somali, in particolare al Shabaab, a cui fornisce computer e cellulari che sono stati «truccati» dall’agenzia americana. Le sue informazioni consentono l’eliminazione mirata di alcuni capi di questo gruppo terroristico, ma i rapporti con la Cia sono irrimediabilmente compromessi. Storm racconta di essere diventato un uomo pericoloso per l’agenzia americana, ma di essere sgradito anche alla Gran Bretagna perché le informazioni che ha passato hanno prodotto degli omicidi, quindi in aperta violazione alle norme che vincolano il controspionaggio britannico, e viene scaricato anche dai servizi segreti danesi. Storm è in una terra di nessuno molto pericolosa, cerca di trattare la sua fuoriuscita da questo mondo, ma l’accordo tarda ad arrivare, e quindi Storm teme per la sua vita. A suo dire l’unico modo di difendersi è di rivelare tutto alla stampa danese: essendo ormai pubblico il ruolo che ha ricoperto per molti anni si è guadagnato una sorta di assicurazione. Le sue rivelazioni danno luogo ad inchieste del parlamento danese, un alto funzionario dei servizi si dovrà addirittura dimettere, ma il suo diventa rapidamente un caso internazionale di cui si occuperanno a lungo anche i quotidiani americani. Storm è un doppiogiochista, quindi tutt’altro che ingenuo, per cui ha gelosamente conservato una grande quantità di documenti che confermano le sue rivelazioni. E’ addirittura arrivato a registrare con il suo iPhone colloqui riservati con gli uomini dell’agenzia americana. Ha gli scontrini dei lussuosi alberghi a cinque stelle, in diverse capitali orientali, dove avvenivano i debriefing. Insomma ha un’assicurazione sulla vita. Nel libro ci si ferma qui, ma c’è da sospettare che Storm abbia sottomano documenti ancora più compromettenti che forse gli hanno consentito di ottenere dai servizi per cui ha lavorato una nuova identità, un rifugio sicuro chissà dove, e presumibilmente anche uno stipendio.

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