Ha senso trattare per gli ostaggi in mano all’Isis?

Kasasbeh Nonostante i frenetici giorni di trattativa con il governo giordano la sorte del pilota Moaz al-Kasasbeh era probabilmente già segnata. La sua è stata una esecuzione orribile e fra le peggiori che si ricordi dalla fondazione del Califfato Islamico. Non si sono salvati neanche i due ostaggi giapponesi per i quali era stato richiesto un ingente riscatto. L’Isis sembra più interessata a determinare shock violenti che a trattare, ma militarmente la sua offensiva sembra aver raggiunto, almeno in Iraq, una fase di stallo. L’orrenda esecuzione di Moaz al-Kasasbeh era destinata a creare problemi alla monarchia giordana, in altri termini ad indebolire la componente araba della coalizione internazionale che combatte l’Isis?

Il 27 gennaio in un account twitter compare un video in cui l’ostaggio giapponese Kenji Goto tiene in mano una foto di Kasasbeh e chiede la liberazione della terrorista Sajida al-Rishawi, arrestata in Giordania per il suo ruolo negli attentati di Amman del 2005. Goto dice anche che la scarcerazione di Sajida deve essere immediata, che qualsiasi ritardo del governo giordano «determinerà la morte del loro pilota e immediatamente dopo della mia. Ho solo 24 ore da vivere e il pilota ancora meno». Siccome le perorazioni degli ostaggi sono dettate dai loro carcerieri l’ultima frase di Goto non si presta a molte interpretazioni, lo scambio sembrerebbe tra Goto e Rishawi, sulla sorte di Kasasbeh i punti interrogativi sono molti. Amman prende tempo, chiede prove certe che il pilota sia ancora vivo, qualche funzionario governativo sostiene che la trattativa sarà lunga, il re Abdullah II vola a Washington per consultazioni e lo stesso giorno circola il video dell’esecuzione di Kasasbeh. Se lo schema è quello che abbiamo descritto allora non c’è possibilità di trattativa, se Amman avesse liberato immediatamente la terrorista avrebbe dato prova di enorme debolezza, non a caso l’out-out richiede una risposta immediata (che infatti non ci sarà). Gli strateghi dell’Isis sanno benissimo che concedere tempo e impelagarsi in una lunga trattativa sarebbe un errore e in ogni caso fanno richieste impossibili (in denaro o con lo scambio di prigionieri).
Foreign Policy ha pubblicato ieri un intervento in cui sostiene che le esecuzioni stanno a significare che l’unico modo di liberare gli ostaggi in Siria sono i blitz delle forze speciali. Ma qui la materia si fa complicata: l’intervento di queste forze richiede punti di appoggio sul terreno per l’esfiltrazione degli uomini e dei prigionieri liberati (ammesso che l’operazione vada a buon fine) e ovviamente in Siria non ci sono le condizioni per tentare una simile sortita. Un ex ufficiale del Joint Special Operation Command (JSOC) ha dichiarato che le possibilità di successo sono meno del 50% e gli Stati Uniti non possono rischiare di trovarsi con due o tre Seals nelle mani dell’Isis. Sarebbe uno scacco di enormi dimensioni che si ripercuoterebbe sulla politica nazionale. In Iraq, ovviamente, la situazione è più propizia ma l’Isis si guarda bene dal tenere gli ostaggi in una condizione militarmente sfavorevole. Il pantano siriano è molto più sicuro da questo punto di vista e stavolta qualche indiscrezione giornalistica sostiene che il pilota giordano e i due giapponesi venivano tenuti prigionieri nella zona di Aleppo.
Alcuni istituti americani sostengono che l’offensiva contro l’Isis inizia a dare i primi frutti in Iraq, almeno così sembrerebbe a studiare i dati pubblicati ogni settimana dall’Institute for the Study of War, dove si nota un raffreddamento delle operazioni delle milizie (ma la campagna di attentati segue il solito schema). La situazione è assai meno propizia in Siria, dove è addirittura difficile fare il search and rescue (ovvero recuperare gli equipaggi degli aerei abbattuti dalla contraerea jihadista). Questa guerra sarà lunga e quindi è destinata a proporre ulteriori esecuzioni di ostaggi. L’Isis avrebbe catturato anche una cooperante americana, oltre a una dozzina di ostaggi, ed è presumibile che lo stillicidio durerà ancora a lungo. Con o senza trattative. L’unica formazione che ha dimostrato forme di apertura per la liberazione degli ostaggi è al Nusra, che infatti ha poco a che spartire con gli hardliners del Califfato.

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