Il fuoco amico dei droni

north-waziristan L’uccisione del cooperante italiano Giovanni Lo Porto e del suo collega americano Warren Weinstein, ha sollevato un mare di polemiche. Il presidente Obama era già al corrente dei risultati dell’operazione che ha portato alla morte dei due ostaggi quando ha ricevuto a Washington Matteo Renzi? Il primo ministro italiano ha avuto dal presidente americano notizia riservata del raid che ha portato all’uccisione dei due ostaggi, ma l’ha tenuta segreta in attesa di conferme ufficiali una volta effettuata l’analisi dei campioni biologici prelevati dai due cadaveri? Se il raid è stato compiuto a gennaio perché sono stati necessari tre mesi per averne conferma ufficiale? Le domande sono molte è ovviamente hanno scatenato non pochi retroscena di carattere politico. L’operazione di cui parliamo ha molti punti oscuri e anche dei risvolti inattesi, per cui è il caso di recuperare i pochi dati che sono noti e che almeno in parte spiegano la dinamica dell’attacco.

Dai giornali pakistani sappiamo che il 15 gennaio due droni della Cia hanno effettuato due missioni nel Waziristan (nei Territori ad Amministrazione Tribale) dove avrebbero colpito due bersagli di «alto valore». Il 12 aprile un sito jihadista legato al gruppo di al Qaeda in Indian Subcontinent (AQIS) annuncia sul suo account twitter che Ustad Ahmad Farood – il vice emiro del gruppo – è stato ucciso a Wacha Dara, nel sud del Waziristan, da un missile lanciato da un drone. Nell’attacco, dice sempre la stessa fonte, sono morti altri sette jihadisti fra cui due combattenti uzbechi. Il video che commemora la morte di Farood è lungo 47 minuti ed è stato diffuso in rete da As Sahab, il braccio mediatico di al Qaeda. Il 23 aprile il comunicato ufficiale della Casa Bianca che annuncia la morte di Giovanni Lo Porto e di Warren Weinstein cita fra le vittime dell’attacco anche l’americano Ahmed Farouq (traslitterando diversamente il cognome Farood) che descrive come un leader di Al Qaeda. Mentre in un’altra missione, compiuta sempre nel Waziristan, i droni avrebbero ucciso Adam Gadahn, anch’esso cittadino americano e nome di spicco della stessa organizzazione, visto che compare in molti video propagandistici. Gadhan era persona nota al controterrorismo americano, c’era una taglia di un milione di dollari sulla sua testa e l’FBI lo cercava attivamente perché avrebbe progettato un attacco in una delle manifestazioni previste per le elezioni presidenziali del 2004. Se ci si ferma a questi dati l’attacco dei droni a Wacha Dara sembrerebbe una eliminazione mirata, visto il peso del personaggio (e lo stesso si potrebbe dire anche per Adam Gadahn), insomma si tratta di terroristi che figurano nelle baseball cards, ovvero le schede segnaletiche dedicate ai vertici della catena di comando delle organizzazioni terroristiche che vengono presentate nella riunione antiterrorismo del martedì con il presidente. Ma le cose non sono andate così, almeno a stare a quello che si legge nella nota ufficiale della Casa Bianca, perché i due attacchi non erano destinati all’eliminazione fisica di Farood e di Gadahn, ma semmai a un’operazione svolta secondo la procedura definita signature strike. In altri termini la CIA non aveva segnalazioni sulla presenza di questi due nomi di «alto valore», per cui è probabile che abbia condotto un’azione di routine seguendo altri percorsi. Per alcuni versi non meraviglia neanche questo perché sotto la presidenza Obama la priorità è stata quella di «sfoltire» i rami dell’organizzazione terroristica piuttosto che limitarsi a colpire i bersagli più importanti. Su questo aspetto la statistica è piuttosto impietosa: nell’era Bush un attacco su tre era dedicato ai leader delle formazioni talebane e di al Qaeda, ma con Obama si scende a circa uno su dieci. Se l’intenzione di Bush era di decapitare la leadership di queste organizzazioni terroristiche con Obama si tende a far collassare l’intero sistema e quindi la stragrande maggioranza delle missioni dei droni sono dedicate a quella che John Brennan, oggi direttore della CIA ed ex consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, ha definito «la foresta». I dati della New American Foundation, che tiene un database sugli attacchi in Pakistan, confermano questa filosofia: dal 2009 al 2013 l’amministrazione Obama destina a personaggi di spicco di al Qaeda l’8% degli attacchi, quelli contro le formazioni talebane sono il 48%, ma il restante 43% sono classificati «unclear», nel senso che non si hanno informazioni né sugli obiettivi né sulle persone a cui sono destinati. Insomma siamo alla guerra preventiva e la rete con cui pescare è a maglie larghe, per cui si ricorre a quello che poi sarà noto con il termine di signature strike, ovvero un modello di comportamento sospetto, tenuto da persone associabili ad organizzazioni terroristiche, anche se non necessariamente stanno per compiere attentati. Se un drone sorveglia la casa di una persona di cui sono noti i trascorsi si avrà modo di controllarne i contatti e chi la frequenta è destinato inevitabilmente a rivelare altri legami. Se un nuovo controllato frequenta un’altra casa segnalata come deposito di armi allora abbiamo un modello di comportamento sospetto, l’identità diventa un fatto secondario. C’è quanto basta perché intervenga un drone. Questa filosofia è stata annunciata da John Brennan quando era alla Casa Bianca. In un discorso tenuto nell’agosto del 2009 al Center for Strategic and International Studies di Washington dice: «Confondere il fine con i mezzi ci porta fuori strada, perché concentrandosi sull’aspetto tattico si corre il rischio di brancolare fra i rami dell’organizzazione perdendo la capacità di seguire i meccanismi di crescita della foresta terroristica». Il messaggio è cifrato perché l’audience a cui si rivolge è composta prevalentemente da addetti ai lavori, ma la distinzione fra rami e foresta è particolarmente illuminante: nell’indagine classica un elemento o un’informazione porta ad un’altra sino a formare un quadro coerente. Una volta individuato il bandolo della matassa questa tecnica può dare risultati nei confronti dei terroristi di cui si può ricostruire il passato e i movimenti, ma per il resto non ha grande efficacia perché si arriverà sempre in ritardo e a cose fatte. La foresta è infatti un serbatoio magmatico di uomini che spesso non hanno né nome né volto, né se ne conoscono i loro trascorsi. Ed è proprio qui, sostiene l’attuale capo della CIA che bisogna scatenare una guerra preventiva.
Se tutto questo ha un senso si può arrivare a concludere che l’attacco in cui hanno perso la vita Giovanni Lo Porto e il suo collega americano Warren Weinstein è un’operazione di routine che non insegue i vertici della catena di comando, ma semplici foot soldier. E sono quelli a cui è stato sempre demandato il compito il controllare gli ostaggi, come racconta con dovizia di particolari David Rhode, un giornalista del New York Times che è stato tenuto prigioniero da un gruppo talebano per quasi otto mesi fra il 2008 e il 2009. In questo periodo ha cambiato nove «case sicure» nei Territori ad Amministrazione Tribale, è sfuggito miracolosamente all’attacco di un drone che demolisce la casa accanto ma riesce a fuggire distraendo i suoi giovani carcerieri e trovare riparo in una caserma dell’esercito pakistano.
Per complicare il quadro possiamo solo dire che l’attacco in cui hanno perso la vita i due cooperanti si è svolto in una zona controllata da Sajna Mehsud, capo di una formazione che aveva scelto di uscire dal movimento talebano nel maggio del 2014. Mehsud si è poi alleato con il gruppo di Hafiz Gul Badahar nel sud Waziristan. Non è dato sapere, come è già accaduto in altri frangenti, se i due ostaggi siano stati trasferiti da un gruppo a un altro. A rendere lecito questo sospetto c’è il pagamento da parte della famiglia di Warren Weinstein di un riscatto di 250.000 dollari, ma anche qualche indiscrezione diffusa dalla stampa nostrana secondo cui erano in corso trattative anche per la liberazione di Giovanni Lo Porto. Sul ritardo di tre mesi per avere una conferma ufficiale sulla morte dei due cooperanti si può aggiungere solo una cosa: il Waziristan è una provincia ad amministrazione tribale, i tribunali pakistani non hanno giurisdizione in questa zona e le operazioni militari non sempre hanno dato buoni esiti. In concreto è una terra di nessuno dove il controllo è esercitato dai vari signorotti della guerra. Non è da escludere che recuperare i resti dei due ostaggi sia stata un’operazione pericolosa e sotto copertura, forse condotta dai servizi pachistani, che avrebbe richiesto tempi non brevi di «esfiltrazione».

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