Sul nucleare Teheran trucca le carte

Gas_centrifuge_cascadeL’accordo internazionale sul nucleare iraniano, firmato il 14 luglio del 2015, è stato salutato con dichiarazioni molto difformi. A contestarlo ufficialmente è stato Israele, a cui si è aggiunta qualche monarchia del Golfo, e ha creato vistosi malumori fra i repubblicani che hanno la maggioranza nel Senato e nella Camera dei Rappresentati americana. Indiscutibilmente l’accordo è un grande successo politico, peraltro dopo anni di colloqui che non hanno mai portato a nulla, e ha superato lo scoglio dell’approvazione finale visto che nel Congresso usa i contrari non hanno avuto la maggioranza prevista per bloccare il veto presidenziale. Quindi Obama, che aveva minacciato il veto se l’accordo non fosse stato approvato dal parlamento usa ha vinto su tutti i fronti. Nelle pieghe dell’accordo ci sono non pochi punti oscuri, ad esempio il cosiddetto PDM (o attività di ricerca nucleare di interesse militare) che non è mai piaciuto a Teheran. Sull’argomento si è raggiunto un vacillante compromesso fra il regime iraniano e l’Agenzia atomica di Vienna cui spetta il compito di vigilare sul rispetto delle regole. Ma prove raccolte da fonti indipendenti dimostrano che l’Iran ha truccato le carte sulla dimensione militare della sua ricerca nucleare cancellando le prove della sua attività.

L’Agenzia atomica di Vienna e l’Iran hanno firmato il 20 agosto di quest’anno un protocollo sul PDM che riguarda principalmente il sito di Parchin. Il direttore generale dell’Iaea, Yukiya Amano, ha potuto visitare questo sito il 20 settembre e qualche giorno dopo ha informato il Comitato dell’agenzia sui risultati di questa visita: dopo gli ottimistici convenevoli di prammatica ha dichiarato che «come ho già illustrato in precedenti rapporti al Board [Parchin] è stata oggetto di radicali interventi sin dai primi mesi del 2012 e questo vanifica la possibilità che l’Agenzia possa effettuare reali verifiche in questo impianto». Amano ha detto che le strutture che ha visitato erano state svuotate di quello che potevano contenere, poi ha confermato di aver ricevuto dei campioni “ambientali” dal governo iraniano i quali sembrano prelevati in maniera corretta. Insomma, conclude il diplomatico giapponese, è una dimostrazione che Teheran ha rispettato uno degli accordi previsti dalla road map siglata il 20 agosto. Si potrebbe dire che Amano ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte: da una parte si dichiara soddisfatto dei progressi e della vista a Parchin, ma dall’altra sottolinea con chiarezza che gli hanno fatto vistare degli stabilimenti vuoti e che l’Agenzia si è dovuta accontentare di campioni ambientali raccolti dal governo iraniano e non dai suoi ispettori. Ma perché Parchin è così importante nelle ispezioni dell’Iaea? Qui bisogna fare un piccolo passo indietro e chiarire qualche aspetto tecnico. Semplificando in maniera estrema, se si vuole realizzare una testata nucleare il primo passo è di «raffinare» una certa quantità di uranio naturale per avere un prodotto finale che sia costituito per oltre il 90% da Uranio 235 (l’Uranio naturale è per quasi il 98% costituito dall’isotopo 238 che non è fissile, quindi inutilizzabile in una bomba). Questo processo di raffinazione per arrivare al combustibile weapon grade (o di purezza militare) lo si ottiene utilizzando delle centrifughe. Una volta ottenuta una quantità sufficiente di U235 non si è neanche a metà dell’opera perché bisognerà trasformare il 235 gassoso in forma metallica sino ad ottenere una sfera che è leggermente più grande di un’arancia (il volume dipende dalla potenza che si vuole ottenere dall’ordigno). La tecnica necessaria per ottenere l’innesco di una reazione nucleare da questa sfera di combustibile fissile richiede due ulteriori passaggi: il primo è applicare attorno alla sfera delle placche esplosive che debbono detonare nello stesso istante per comprimere la massa di uranio sino a farle raggiungere la massa critica, ma per arrivare a questo stadio serve un altro congegno, ovvero un iniziatore di neutroni che facilita la propagazione della reazione a catena. Questo tipo di ricerca veniva effettuata a Parchin dove sembra sia stata costruita una camera di prova dove far deflagrare le placche esplosive utilizzando piccole quantità di uranio fissile o di tungsteno. Una simile attività, ovviamente, lascia delle tracce e da qui la necessità di raccogliere campioni ambientali – negli edifici e nel suolo – i quali potrebbero dimostrare che sono stati realizzati questi esperimenti. Ma a Parchin non c’è più nulla, anche Amano lo ammette, perché come dimostrano le foto da satellite, che vedete qui sotto, il terreno è stato sbancato per una profondità di almeno 20 centimetri e sopra è stato steso uno spesso manto di bitume. Bonificare l’interno degli edifici, o in qualche caso abbatterli e smaltire il materiale di riporto, ha richiesto un lavoro meticoloso, ma l’Iran ha avuto a disposizione più di un anno per eliminare qualsiasi traccia delle passate attività in questo impianto. Certo, l’accordo con gli Usa, l’Unione Europea e i P5+1 (i membri del Consiglio di sicurezza più la Germania) prevede una riduzione sostanziale delle centrifughe necessarie all’arricchimento, quindi gli ottimisti sostengono che l’accordo è efficace perché «allungherà» e non di poco i tempi necessari perché l’Iran arrivi al risultato, mentre gli scettici sostengono che nessuno è in grado di stabilire quanto combustibile fissile l’Iran abbia accumulato sinora.

Parchin sat

L’Agenzia atomica di Vienna ha mezzi limitati e per anni si è vista mettere il bastone fra le ruote dal regime di Teheran, che non ha mai accettato visite senza preavviso, quindi fa quello che può. Ovviamente i diretti interessati al nucleare iraniano – leggi Stati Uniti e Israele – hanno fonti ben altre fonti per seguire i progressi di Teheran. Il segretario di Stato americano John Kerry prima ancora che si firmasse l’accordo ha risposto infastidito ai giornalisti che gli chiedevano lumi su quanto emergeva dai rapporti dell’Agenzia di Vienna: «sappiamo esattamente cosa fanno» ha detto piccato riferendosi alle attività di Teheran. Le prospezioni da satellite sono fondamentali ma poi esiste anche l’intelligence sul terreno. Per diversi anni c’è stata una guerra sotterranea nei confronti della filiera nucleare iraniana: le centrifughe di Natanz sono state sabotate utilizzando un virus informatico (lo Stuxnet) che ne ha messo fuori uso almeno il 25%. Ma negli impianti di produzione di combustibile per i vettori iraniani si è verificata in almeno un paio di casi una gigantesca esplosione che ha messo fuori uso l’impianto. Cinque o sei fisici iraniani, dipende dalle fonti che si consultano, che dirigevano e facevano ricerca sulle centrifughe sono stati assassinati per strada con dei congegni esplosivi. Oltre le verifiche dell’Aiea c’è ben altro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: