Parigi: l’Isis alza il tiro sull’Europa?

french soldier Gli attentati di Parigi sono la dimostrazione che l’Isis ha alzato il tiro e rivisto la propria strategia? E fra tutti gli obiettivi possibili perché proprio la Francia? La simultaneità degli attacchi è a sua volta la conferma che rispetto al passato non abbiamo più a che fare con piccoli gruppi isolati, ma con una formazione che ha diramazioni in diversi paesi? Nel jihadismo più radicale ci sono nuove alleanze tra le varie fazioni? Leggendo attentamente i commenti di specialisti internazionali che si occupano di terrorismo e sicurezza non solo non si risolve il rompicapo, mancano troppi dati per poterlo fare, ma addirittura può nascere il sospetto che la serie di domande che abbiamo posto siano difficilmente collegabili fra loro in un contesto coerente. Va precisato che piccoli gruppi terroristici operano dove possono e dove è più facile ottenere risultati eclatanti, nel caso parigino la strage c’è, ma da qui in poi si brancola nel buio (almeno per ora).

Michael Morell, ex vice direttore della Cia dal 2010 al 2013, ha dichiarato alla CBS che «gli attacchi multipli e simultanei richiedono livelli di sicurezza operativa molto difficili da raggiungere… Non abbiamo visto un’operazione così sofisticata dagli attentati di Londra». In quel caso quattro terroristi si fanno saltare in aria nella metropolitana londinese e in un autobus di superficie, ci saranno 52 vittime e quasi 700 feriti. Un bilancio ancora peggiore è rappresentato dagli attentati alla ferrovia leggera di Madrid nel marzo del 2014: ci saranno 191 morti e quasi 1.800 feriti. Per trovare in Europa bilanci ancora più pesanti bisogna tornare a Lockerbie nel 1988 e al volo Pan Am 103 fatto esplodere in volo con una bomba nella stiva (259 vittime). Ma le dichiarazioni di Morell non ci aiutano a stabilire se gli attentati di Parigi sono la dimostrazione di una nuova strategia dell’Isis, anzi ci possono portare fuori strada. Negli attentati di Londra l’esplosivo è perossido organico (insomma ordigni homemade), a Madrid viene usato esplosivo di miniera. In entrambi i casi non c’è conferma di un legame diretto fra gli attentatori e organizzazioni terroristiche a cui fanno riferimento: Mohammad Sidique Khan, il leader del gruppo londinese di origini pachistane sembra legato ad al Qaeda, infatti pare abbia frequentato un corso sugli esplosivi nel campo di addestramento di Malakand, in Pakistan, ma l’attentato non sembra avere niente a che fare con l’organizzazione di Ayman al-Zawairi. Per Madrid il leader del gruppo è un marocchino naturalizzato spagnolo, ma la cellula di cui è leader organizzerà l’attentato in proprio e non c’è alcun collegamento dimostrato con al Qaeda, almeno questo stabilisce la sentenza di condanna del 2007. E Parigi? Le cinture esplosive con cui gli attentatori si fanno saltare in aria sarebbero a base di perossido di acetone (TATP) una vecchia conoscenza tra le bombe fatte in casa, il resto lo fanno gli AK-47. Da qui in poi si possono prendere molte strade: una è quella del flusso di ritorno di ex combattenti in Siria e a sostenere questa ipotesi sarebbe un siriano emigrato in Europa attraverso il centro di accoglienza di Leros, in Grecia. Sul luogo degli attentati è stato trovato anche un passaporto egiziano, ma nel gruppo di fuoco c’è sicuramente un francese. Dei foreign fighters si parla da molto tempo ed è stato pubblicato molto materiale, per cui se l’ipotesi è questa allora siamo molto vicini al cambio di paradigma. C’è qualche dato che ci aiuta a capire se il jihad è destinato a spostarsi dal Medio Oriente in Europa o più in generale in Occidente? Forse, ma è un’ipotesi rischiosa e da prendere con le pinze. Nelle ultime settimane l’espansione dell’Isis in Siria e in Iraq non solo si è arrestata, ma saremmo addirittura alla fase di contenimento attivo (Obama l’aveva annunciato due giorni prima dei fatti di Parigi). Intanto la politica delle eliminazioni mirate sembra aver dato i primi frutti: il 12 novembre il Pentagono rilascia un comunicato in cui si sostiene che un drone abbia ucciso nei pressi di Raqqa Mohamed Emwazi (noto come Jihadi John), un cittadino inglese noto per aver sgozzato un paio di giornalisti americani, Steven Sotloff e James Foley, un coperante statunitense (Abdul-Rahman Kassig), due coperanti britannici (David Haines e Alan Jenning) e infine un reporter giapponese, Kenji Goto. Ma ovviamente ci sarebbero anche altre esecuzioni: il 13 novembre un drone sembra abbia eliminato anche il responsabile dell’Isis in Libia, Abu Nadil (noto come al Zubaydi). Altre fonti e un libro appena pubblicato sul JSOC sostengono che i reparti speciali americani hanno messo gli scarponi sul terreno in Siria. Si può aggiungere che un istituto americano, che pubblica l’elenco delle operazioni in Iraq con frequenza quasi settimanale, sostiene che le milizie del Califfato stiano perdendo terreno: forze curde avrebbero riconquistato Sinjar e liberato circa 150 chilometri quadrati, ma il pieno controllo dell’autostrada 47 – il cordone ombelicale per rifornire di viveri, uomini e mezzi la roccaforte dell’Isis a Mosul – potrebbe dare il via ad altre operazioni, mettendo in forse il collegamento con Raqqa, in Siria. Ovviamente la ripresa di Tikrit c’è già stata e sembra assai prossima anche la caduta di Ramadi per lungo tempo in mano ai miliziani. Ovviamente ci si attende una controffensiva delle milizie con le bandiere nere, ma se non avesse successo allora potremmo essere molto vicini alla conclusione della seconda fase nel conflitto iracheno (sulle quattro previste). Ipotesi azzardata: se l’Isis si sente seriamente sotto attacco potrebbe aprire altri fronti, ad esempio in Europa? E’ impossibile rispondere, forse ne sapremo qualcosa di più quando avremo i dati delle indagini della procura di Parigi.
In sottordine c’è un’altra ipotesi, poco elegante e difficilmente appetibile per i grandi media perché complessa e poco glamorous. Il Califfato è una fonte di ispirazione per molte realtà decentrate e per piccoli gruppi sostenuti da reti locali. Se questa ipotesi ha senso c’è da prendere in considerazione anche il jihad decentralizzato che ha il suo massimo stratega nel siriano Abu Musa al Suri. L’ideologo siriano ha sostenuto molti anni fa che le organizzazioni centralizzate sono destinate fatalmente a perdere sul terreno lasciando un mare di macerie e che l’unica risposta sono i gruppi auto-organizzati slegati dal coordinamento centrale. Sono più difficili da intercettare e quindi sono più resilienti, anzi al Suri citava come esempio eclatante della sua strategia proprio l’attentato di Madrid. Di al Suri non si sa più nulla da molti anni, ma il suo pensiero – e i suoi seminari online – hanno avuto una enorme circolazione in rete. Insomma potremmo dire che tra il centro strategico del Califfato e le lontane periferie c’è un confine poroso ed evanescente, sostenuto da predicatori che agiscono nell’ombra, che raccolgono fondi e volontari da inviare al fronte. Sull’argomento ci sono un mare di studi che raccontano contesti insospettabili e nascosti. Vengono da questo circuito gli attentatori di Parigi? E’ presto per saperlo, ma questo ci porta all’ultima domanda: perché proprio la Francia è finita nel mirino? Esiste un motore di jihadismo endogeno che ha prodotto più attentati di tutti gli altri paesi europei messi insieme? Un paio di anni fa un istituto demoscopico ha realizzato un sondaggio per la presidenza del Consiglio francese che non è mai stato divulgato. Con cinque milioni di immigrati dal Nord-Africa e dalle ex colonie qual è la percentuale di gradimento nei confronti dell’Islam radicale? Nessuno lo sa, ma le indagini giudiziarie dimostrano che la Francia ha da questo punto di vista un serio problema. Per fare gli attentati gli uomini votati al suicidio non bastano, servono delle reti. E le indagini sul gruppo del XIX arrondissement, o quello che si sa, sono abbastanza agghiaccianti. I servizi di sicurezza hanno delle falle talmente vistose che gli hanno fatto perdere il controllo del fenomeno? Non è da escludere.

p.s. Le ultime indagini sembrano dimostrare che la base per alcuni attentatori, e anche per diversi attacchi del passato, sia la cittadina belga di Molenbeek Saint Jean. Un covo per molti jihadisti francesi

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