Rap, droga e Jihad

banlieue-noisey Rap, droga e Jihad non sembrerebbero avere nulla in comune, anzi a Raqqa (sede del Califfato) le droghe sono tassativamente proibite, si bruciano in piazza montagne di sigarette e di libri, le cassette audio di musica occidentale vengono distrutte. Eppure i tre termini compaiono nelle storie personali degli attentatori di Parigi di cui abbiamo lungamente letto sui giornali di tutto il mondo. A mettere in un quadro coerente questi strani mujaheddin – così lontani dal purismo salafita – c’è l’antropologia. Nella cronaca delle ultime settimane i problemi rappresentati dalle banlieuses parigine sono un po’ passati in secondo piano, ma è proprio lì che si trova la risposta a questa strana commistione di modernità urbana e di radicalismo integralista. E forse il tutto spiega perché la Francia ha subìto così tanti attentati negli ultimi venti anni.

Alla fine di agosto di questo anno il New Yorker ha pubblicato un monumentale reportage sulla periferia parigina titolando “The Other France”. E’ un ritratto di certe periferie dove il 60% sono emigrati dal Nord-Africa, ormai arrivati alla seconda o terza generazione, dove il tasso di disoccupazione è triplo rispetto alla media nazionale del paese e dove per sopravvivere ci si dedica allo spaccio e ai reati contro la proprietà. C’è una monumentale ricerca antropologica sulla Seine-Saint-Denis (Le Banlieuses de la République, ristampato nel 2012) dove si racconta di come l’emigrazione si sia concentrata in quelli che con linguaggio moderno chiameremmo ghetti urbani. Luoghi difficili da tenere sotto controllo visto che per lunghi anni a Saint Denis la polizia neanche entrava in certi quartieri per paura di innescare confronti a fuoco. Lo stesso autore del saggio che abbiamo citato, Gilles Kepel, ha pubblicato due anni più tardi un aggiornamento dal titolo Quatre-vingt Treize (ovvero il 93mo arrondissement, e stiamo sempre lì, ovvero Seine-Saint-Denis) dove aggiornava le conclusioni della precedente inchiesta, ma non è che nel frattempo il problema sia scomparso dai radar della politica: riferendosi a queste periferie della capitale il primo ministro Valls ha recentemente usato la parola “apartheid”. Paradossale visto che questo arrondissement è stato la roccaforte della classe operaia – e peraltro dell’immigrazione italiana fra le due guerre – ma soggetta negli ultimi decenni a vistosi processi di de-industrializzazione. Il ministro dell’istruzione Najat Vallaud-Belkacem (nata in Marocco) ha confessato alla stampa che nei cosiddetti quartiers in almeno duecento istituti gli studenti si sono rifiutati di rispettare il minuto di silenzio chiesto da Hollande dopo l’eccidio di Charlie Hebdo. Rap e droga quindi non meravigliano affatto, anzi sono un tratto distintivo di certe periferie urbane. L’islam è diventato in questi quartieri l’unico collante possibile perché non resta altro: basta vedere i dati del ministero dell’istruzione su coloro che hanno concluso il percorso della scuola d’obbligo o i dati occupazionali. La sottile distinzione operata da Marc Lazar su Le monde: “non è l’islamismo ad essersi radicalizzato, ma il radicalismo che si è islamizzato” non aiuta più di tanto. Peraltro il fenomeno della radicalizzazione non è neanche recente: una indagine della PEW del 2007 rilevava che i musulmani francesi che consideravano “giustificati” nel nome del jihad gli attacchi suicidi erano il 42% del campione nella classe 19-29 anni e il 31% fra coloro che superavano i 30. Fra gli attentatori è difficile trovare un certificato penale immacolato: droga, piccoli furti, rapine sono all’ordine del giorno. Un sociologo francese che si occupa del sistema penitenziario transalpino ha scritto un libro (Farhad Khosrokhavar, Les Musulmans dans les prisons) su cinque istituti di pena del Nord-Est francese da cui risulta che il numero di detenuti che hanno genitori magrebini – nella classe 19-30 anni – sarebbe dieci volte superiore a quelli francesi, anzi circa il 40% della popolazione carceraria professerebbe la religione musulmana, ma in alcuni istituti si arriva al 70% (dato confermato da un rapporto presentato all’Assemblea francese nel 2014 dal deputato Sébastiene Pietrasanta). L’elaborazione di questi dati è indiretta perché la legge francese impedisce di censire la religione, ma si è arrivati a questi dati facendo un censimento su chi rispetta il ramadan, partecipa al sermone del venerdì o chiede un pasto halal (ovvero secondo le regole di macellazione musulmana). Insomma Saint-Denis è uno spaccato di un’altra Francia dove la ribellione giovanile si fa le ossa con i furti e lo spaccio di droga prima di passare al jihad (tramite un’esperienza carceraria o qualche viaggio di indottrinamento). Molenbeek, in Belgio, ha più o meno le stesse caratteristiche. Ovviamente questi dati non vanno fraintesi: i problemi sociali non hanno dato la nascita al jihadismo ma si tratta comunque di un ambiente che lo ha favorito enormemente, dove è facile pescare gente disperata e allo sbando. Le banlieuses sono una santa barbara del fenomeno e non da oggi, basta ricordare l’insurrezione del 2005. Foreign Policy ha pubblicato dei dati da cui risulta che negli ultimi 20 anni la Francia ha subito più attentati di tutta l’Europa messa insieme.

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