Clima: il rebus di Parigi

Paris-summit-2 Non è la prima volta che una Conferenza delle parti viene annunciata con un eclatante accordo sul clima e sulla riduzione delle emissioni di gas serra. E’ già accaduto in passato senza che questi meeting abbiano raggiunto un risultato. Accadrà anche stavolta? E’ abbastanza probabile, anche se c’è sempre la speranza di essere smentiti. Il problema delle emissioni è serio, ma l’economia e la politica sembrano avere altre priorità. Molti paesi annunceranno programmi di riduzione, ma i modelli sono implacabili e per contenere il riscaldamento planetario entro i 2° centigradi sarà necessaria una rivoluzione che per il momento non si vede all’orizzonte. Qualcosa si farà, ma un vero accordo comporta degli impegni vincolanti, il tallone d’Achille del Protocollo di Kyoto che infatti pochi paesi hanno ratificato.

La vera ricetta per fermare il riscaldamento del pianeta è un approccio dal basso, insomma i governi prendono delle decisioni ma poi all’atto pratico la palla passa all’industria e ai settori produttivi. Significa avere non solo dei piani di riduzione ma soprattutto un sistema efficiente di verifica. Di segnali buoni se ne vedono: ad esempio il Brasile che tra il 1995 e il 2005 deforestava circa 19.500 km quadrati all’anno ha tagliato di circa il 70% l’abbattimento delle foreste senza penalizzare la produzione di soia e carne. In Indonesia i principali produttori di olio di palma, sono circa 300, hanno dichiarato che rinunceranno alla deforestazione per ottenere terreno agricolo da destinare a questa produzione. Nel frattempo sono in molti a segnalare che negli ultimi cinque anni il solare ha fatto grandi passi avanti ed il costo di un pannello (prodotto in Cina anche se sviluppato in Germania) è calato dell’80%. Nel Bangladesh, ad esempio, i programmi di micro-credito per produrre con il fotovoltaico l’energia domestica hanno avuto grande successo e se l’attuale tendenza venisse confermata questo paese potrebbe raggiungere il risultato dell’energia decarbonizzata intorno al 2020. Progetti simili sono nati in alcuni paesi africani, ma qualcosa si muove anche negli Stati Uniti dove il numero di addetti nella produzione di celle fotovoltaiche è raddoppiato rispetto ai lavoratori impiegati nella produzione di carbone.
Il vero rebus della conferenza di Parigi è comunque un altro: la possibilità di non superare l’aumento di 2° centigradi entro la fine del secolo oggi sembra irraggiungibile, l’ultimo dato dell’osservatorio di Mauna Kea dice che nel momento in cui scriviamo l’anidride carbonica presente nell’atmosfera è salita a circa 401,42 parti per milione (ppm) – ma ovviamente è destinato a crescere nel tempo perché la produzione di energia ha una certa inerzia – mentre per raggiungere il risultato che abbiamo indicato non dovrebbe superare le 660 parti per milione. Anche se tutti gli stati smettessero oggi di produrre CO2 il valore resterebbe a 401, visto che non esiste una soluzione per estrarre dall’atmosfera i gas serra in eccesso (c’è qualche progetto di geoingegneria ma non raccoglie grandi consensi perché presenta dei rischi).
grafico emissioni

Il grafico qui sopra spiega bene i vari scenari considerando eventuali accordi sulla conferenza del clima che si è aperta a Parigi. Se tutto procedesse come è avvenuto sino ad oggi l’immissione di CO2 nell’atmosfera potrebbe passare dalle 57 giga tonnellate di oggi a circa 139 per cui la previsione media nell’aumento di temperatura sarebbe di circa 4° con un notevole innalzamento del mare nelle zone costiere (almeno 4 metri). Se a Parigi si raggiungesse un accordo che obbligasse i paesi a varare piani di riduzione sino al 2030 avremmo una stabilizzazione delle emissioni, ma in mancanza di programmi nei decenni che seguono avremmo un aumento dei gas serra di circa il 50% e per la fine del secolo un aumento di temperatura intorno ai 3°. La terza curva, in nero e in basso nel grafico, è una pura esercitazione accademica applicando Kyoto per un lungo periodo e con parametri vincolanti (soluzione che molti considerano impraticabile perché richiederebbe un accordo fra tutti i maggiori emettitori di gas serra). Come abbiamo già anticipato è probabile che a Parigi si trovi un accordo, quanto sia vincolante e per chi è difficile da dire. In conclusione si può dire che siccome si arriva tardi a mettere mano al problema l’unica soluzione praticabile, oltre alla riduzione delle emissioni, è garantire ai paesi più esposti programmi di adattamento. Ma costano,forse centinaia di miliardi di dollari all’anno. Chi paga il conto?

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