Clima: i veri conti degli accordi di Parigi

United Nations summit and paris I grandi della terra hanno lasciato Parigi ed ora il compito di siglare un accordo sul clima è lasciato agli “sherpa”, ovvero le delegazioni tecniche delle rispettive nazioni che partecipano alla Conferenza. Si arriverà al risultato? Sembrerebbe di sì, visto che i piani nazionali di riduzione dei gas serra sono stati già inviati all’agenzia dell’Onu per i cambiamenti climatici. Il problema è stabilire a “quale” risultato ci si riferisce. Ci si può accontentare di un accordo politico – di qualsiasi genere esso sia – oppure si guarda all’efficacia degli impegni sottoscritti e dei risultati che promettono in termini di riduzione dei gas serra? E’ molto più probabile la prima ipotesi piuttosto che la seconda.

Intanto come funziona questo sistema? Scottati dalla brutta figura fatta a Copenaghen, una conferenza che si è risolta in un nulla di fatto, i negoziatori hanno cambiato registro passando a quello che in gergo tecnico si chiamano INDCs, ovvero Intended Nationally Determined Contributions: in pratica 184 paesi, che rappresentano circa il 97% delle emissioni globali, hanno inviato dei piani di riduzione che li impegna sino al 2030. Ognuno ha fatto quel che poteva perché c’è grande differenza fra un paese in via di sviluppo e una delle grandi potenze mondiali. Facciamo un esempio, il Bangladesh, con un territorio che è circa la metà di quello italiano, ha 169 milioni di abitanti e ognuno di questi consuma solo 0,01 kW l’anno, il suo PIL pro capite è di 797 dollari (quello italiano, per confronto, è di 34.960 $). Un paese povero e particolarmente vulnerabile agli eventi naturali come ci raccontano le cronache. Il Bangladesh ha un piano di riduzione delle emissioni del 5%, entro il 2030, per i trasporti, l’industria e la produzione di energia. Si impegnerebbe a ridurre le emissioni di un altro 15% “nel caso avesse un adeguato supporto internazionale, come finanziamenti, investimenti e trasferimenti tecnologici”. La Cina, una potenza economica emergente, dichiara che raggiungerà il picco delle emissioni nel 2030 (per non interrompere la sua fase di sviluppo) ma vuole ridurre fra il 60 e il 65% le emissioni per unità di prodotto. In termini concreti significa che vuole ridurre di oltre la metà l’energia necessaria per produrre un qualsiasi manufatto. E’ intenzionata a portare al 20% la quota di combustibili non-fossili nella produzione di energia e di incrementare il carbon-sink (ovvero la cattura del carbonio) riforestando per un equivalente di 4,5 miliardi di metri cubi di CO2 rispetto ai livelli del 2005. Questa faccenda del carbon sink va spiegata meglio perché conta non poco nella contabilità delle emissioni. Un paese può ridurre la quantità di CO2 che emette in due modi: il primo è quello classico del taglio delle emissioni, il secondo è aumentare la superficie dedicata a foresta perché quest’ultima “assorbe” anidride carbonica. Il programma di Pechino è piuttosto modesto e il maggiore risultato sarà quello di sostituire vecchi sistemi di produzione (ad alta intensità di carbonio) con tecnologie più efficienti. E’ più o meno la stessa strada seguita da un altro gigante asiatico, l’India. Ridurrà le emissioni per unità di prodotto dal 33 al 35% entro il 2030. Porterebbe al 40% l’utilizzo di combustibili non-fossili per la produzione di energia ma con l’aiuto del trasferimento tecnologico dai paesi più sviluppati e con prestiti a basso interesse. Sarebbe intenzionata a riforestare (sempre per il carbon-sink) un’area equivalente a circa 2,5 miliardi di tonnellate di CO2.
E gli Usa? Sommando tutti i provvedimenti già adottati (i vari Clear Air Act) ci si attende una riduzione del 17% entro il 2020 e un 26-28% entro il 2030. Insomma ogni paese ha cercato di “cucirsi” addosso un risultato raggiungibile senza penalizzare eccessivamente la propria economia. Ma la vera domanda da un milione di dollari è un’altra: la somma di questi programmi che risultato sarà in grado di dare rispetto alla famosa soglia di aumento di 2° centigradi entro la fine del secolo? Come abbiamo già anticipato questo risultato sembra irraggiungibile visto che un eventuale accordo di Parigi sarebbe vincolante solo sino al 2030, ma poi che si fa? E’ molto difficile rispondere a questa domanda ma in sintesi per restare “dentro” un aumento di 2° per la fine del secolo i principali paesi industrializzati dovrebbero tagliare, dopo il 2030, l’80% delle loro emissioni. Va anche precisato che molti paesi in via di sviluppo accetterebbero di rispettare i piani oltre questa data solo a determinate condizioni che sono tutte da stabilire, ma si tratta di impegni vincolanti per i paesi industrializzati di “aiutare” in varie forme le nazioni più deboli economicamente. Poi c’è un altro scoglio da tenere in considerazione, una specie di corsa contro il tempo: c’è quello che molti analisti chiamano il “carbon budget”, insomma la quantità di CO2 che ci resta da immettere nell’atmosfera prima di sforare irrimediabilmente il famoso obiettivo dei 2°. Alcuni sostengono che ci restano circa 775 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2, ma anche con gli attuali impegni di Parigi per il 2030 ne avremmo già utilizzato più della metà (per alcuni anche di più, dipende dalle fonti che si consultano). Insomma ne resterebbero poche per arrivare a una completa de-carbonizzazione e si tratta di una riconversione che da una parte richiederà tempo, dall’altra non sarà disponibile a tutti perché l’innovazione tecnologica necessaria non è detto che venga “girata” gratis a paesi terzi. E’ stata anche ventilata l’ipotesi di assegnare delle quote di “carbon budget” ma l’Agenzia dell’Onu per i mutamenti climatici sostiene che è “politicamente” impossibile raggiungere questo risultato.
Quindi gli impegni di Parigi quanto valgono rispetto all’obiettivo di frenare il riscaldamento globale entro i 2°? Una press release della Framework Convention on Climate Change delle Nazioni Unite, pubblicato il 30 ottobre, sostiene che con gli impegni INDC sottoscritti a Parigi avremmo un aumento della temperatura entro la fine del secolo di circa 2,7°, certo è sempre meglio di 3, 4 o 5° se commisurati a una totale mancanza di impegni, ma il testo in questione è cifrato e si presta a diverse forme di interpretazione. Basta vedere il grafico qui sotto.

grafico emissioni unfcc

La fascia rossa in alto indica la quantità di emissioni “business as usual” (BAU), ovvero senza alcun provvedimento. Al centro di questa fascia abbiamo due risultati intermedi (i quadratini in giallo) tra il 2025 e il 2030 considerando l’effetto degli INDC. Abbiamo più o meno una riduzione delle emissioni tra il 6 e l’8%, ma rispetto al non fare nulla. Il resto del grafico sembra molto chiaro: la fascia celeste sino al 2050 indica di quanto dovremmo ridurre le emissioni per stare “dentro” i famosi 2° con eventuali altri provvedimenti presi dopo il 2030. Se la drastica riduzione della CO2 iniziasse nel 2020 avremmo una curva di discesa più morbida (fascia azzurro chiara), se dovessimo raggiungere questo risultato a partire da oggi allora avremmo la fascia in azzurro più bassa. Si può interpretare il grafico in molti modi, ma un dato è abbastanza evidente: oggi emettiamo circa 60 gigatonnellate di CO2 equivalenti l’anno e se vogliamo tenere sotto controllo l’aumento di temperatura dovremmo scendere a poco più di 20. Un compito assolutamente immane.

curve fine secolo

Il grafico qui sopra è forse più intuitivo ed è stato sviluppato da Climate Interactive: la curva più alta è quella ottenuta senza alcun provvedimento e prevede un aumento di 4,5°, gli INDC sottoscritti a Parigi ed estesi ai decenni successivi comporterebbero un aumento di 3,5° per la fine del secolo, poi abbiamo tre curve a scendere con impegni di riduzione più gravosi. La curva più bassa è quella del successo totale, ma significa ridurre progressivamente a zero le emissioni per la fine del secolo. Alcuni economisti sostengono che gli accordi di Parigi rappresentano circa l’1% del taglio necessario se si considerano i prossimi 70 anni.

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  1. Pingback: Gli accordi di Parigi sono un mezzo flop? « Khyber Pass

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