Gli accordi di Parigi sono un mezzo flop?

paris agrement due La XXI Conferenza delle parti di Parigi si è chiusa con uno storico accordo, così scrivono molti giornali, ma se si esamina il documento ufficiale le conclusioni sembrano molto meno entusiasmanti di quanto ci raccontano i media. E’ assolutamente indubbio che dal punto di vista strettamente politico il meeting parigino sia un successo, ma se si guarda al risultato concreto – ovvero la riduzione dei gas di serra – siamo molto lontani dall’obbiettivo.

La prima considerazione da fare è che tagliare le emissioni per restare dentro il tetto dell’aumento di temperatura di 2° richiede ben altro. I piani di riduzione “volontaria” presentati da almeno 195 paesi – se fossero rispettati alla lettera – comporterebbero un aumento di almeno 2,7°, ma dipende da come si fanno i calcoli perché esistono previsioni più pessimiste in campo ambientalista. Il documento di Parigi auspica che l’obiettivo da raggiungere sia un tetto massimo di 1,5° per la fine del secolo, ma è una dichiarazione di principio, un’aspettativa, forse una speranza. L’accordo, infatti, non comporta obblighi di nessun tipo, i progressi verranno verificati ogni cinque anni e dopo il 2030 bisognerà riaprire la trattativa per il periodo successivo che come abbiamo già scritto nel precedente post richiederebbe – ad essere ottimisti – un taglio delle emissioni dell’80% per stare dentro i famigerati 2°. E’ una tela di Penelope che si fa e si disfa all’occasione, anzi bisogna sottolineare che l’articolo 28 consente a un paese di uscire dall’accordo, anche se è stato ratificato dal proprio parlamento, con un preavviso di un anno e senza alcuna sanzione. Delle 31 pagine la stragrande maggioranza sono dedicate a preparare un complessa macchina burocratica, cosa a cui l’Onu ci ha abituato, ma poi resta sempre il fatto che queste istituzioni di controllo non hanno alcun potere. Se non c’è un regime di obbligatorietà non esistono neanche sanzioni, anzi è utile sottolineare che non tutti i paesi che hanno firmato il Protocollo di Kyoto – è questo sì che era un impegno vincolante – sono stati “invitati” a rispettare i patti sottoscritti. Segno evidente che qualcuno ha “sforato” le quote che gli sono state assegnate altrimenti non avrebbe senso scrivere una cosa del genere in un accordo internazionale. Qualcuno ha commentato che “si è fatto quel che si poteva” e su questo non c’è alcun dubbio, ma non mancano dichiarazioni critiche: l’ex responsabile dell’Agenzia di protezione ambientale americana (nominata dal presidente Bush) sostiene l’accordo è “tutt’altro che perfetto”, la stampa indiana ha scritto righe al vetriolo e riaprendo vecchie ferite fra paesi sviluppati ed economie in ascesa, ricordando che i finanziamenti promessi a Copenaghen nel 2009 (100 miliardi di dollari l’anno in aiuti) sono arrivati con il contagocce visto che il processo si è fermato con l’erogazione della prima tranche. Il cosiddetto gruppo BASIC (India, China, Brasile e Sud Africa) sostiene di aver fatto “quel che poteva” con gli accordi di cooperazione Sud-Sud ma ricordando che si tratta di trasferimenti volontari fra paesi del Sud del mondo. Ovviamente molte organizzazioni ecologiste hanno fatto buon viso a cattivo gioco: Sierra Club, Natural Resource Defense Council, Union of Concerned Scientist e il World Resource Institute, definiscono tutti un vero turning point l’accordo raggiunto a Parigi, ma altre organizzazioni sono molto meno ottimiste: ad esempio 350.org, Greenpeace, Oxfam, WWF e Friends of Hearth. “L’accordo di Parigi, dice il presidente di quest’ultima, non ha criteri di equità e non è neanche science-based. Il presidente Obama ha sfidato la comunità internazionale ad agire in modo aggressivo per combattere il caos climatico. Ma piuttosto che ascoltare le sue raccomandazioni l’amministrazione americana ha sabotato sistematicamente la struttura della Framework Convention abbandonando i paesi più vulnerabili ai disastrosi effetti del riscaldamento globale”. Insomma ognuno legge il testo dell’accordo come crede, ma è indubbio che vengano chiamate in campo solo le buone intenzioni.

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