Terrorismo: parla il direttore del DGIS francese

nizza
Sulla strage di Nizza ci sono ancora troppi cortocircuiti: sono in molti a chiedersi di come sia stato consentito a un tir di 15 metri e di quasi venti tonnellate di transitare per il lungomare, quando circa 30.000 persone erano in strada per vedere i fuochi di artificio del 14 luglio. La domanda ovviamente è sensata, ma è altrettanto sensato chiedersi se è possibile controllare qualsiasi posto in qualunque città francese in un qualsiasi giorno dell’anno. La risposta ovviamente è no. E per quello che riguarda la prevenzione significa che i servizi francesi sono sotto scacco e che nulla possono contro questa campagna di terrore?

Il 10 maggio l’Assemblea nazionale francese ha sentito Patrick Calvar, direttore generale della sicurezza interna (DGSI). Per Calvar la Francia è nel mirino di molte organizzazioni terroristiche: dal al Qaida in Islamic Maghreb (AQIM) ad al Qaida nella Penisola Arabica (AQAP), per finire al Califfato Islamico. L’alto funzionario della sicurezza francese ovviamente fa riferimento alle rivendicazioni ufficiali degli attentati dell’ultimo anno e sostiene che la rete franco-belga del terrorismo ha rapporti (diretti o indiretti) con 645 residenti francesi che oggi operano in Siria e in Iraq. I miliziani morti in questi due paesi sono almeno 173, anche se ammette che la cifra è approssimata per difetto. Ci sarebbero stati 244 “rientri” in Francia ma i servizi hanno notizia che ne potrebbero arrivare altri 818. Si tratta di cifre impressionanti mai divulgate prima. Per quello che riguarda la prevenzione Calvar sostiene che sono stati sventati, dall’agosto del 2013, 15 progetti terroristici nel territorio metropolitano. Il dato aiuta a capire due cose: la prima è che il volume di questi spostamenti è di tutto rispetto, la seconda è che la cosiddetta manovalanza del terrore ha le dimensioni adatte per dar vita a un certo numero di cellule in sonno. Siamo al “sommerso” del terrore, e la Direction Générale de la Sécurité Intérieure (DGSI), che Calvar dirige, ha almeno 9.000 fascicoli intestati ad individui che potrebbero compiere attentati (o che potrebbero far compiere ad altri). L’islamismo radicale, sostiene il direttore dell’Agenzia di Sicurezza, è una rete transnazionale al punto che circa il 7-8% dei miliziani presenti in Siria e in Iraq sono ceceni, da qui un accordo di cooperazione con L’FSB, il servizio federale di sicurezza russo. I veterani sono quindi, sempre per la stessa qualificatissima fonte, la parte nascosta dell’iceberg, così come lo sono già stati per il terrorismo di matrice algerina nella metà degli anni ’90. Il problema è infatti rappresentato da quello che non vediamo e che sostiene “tecnicamente” gli attentati: ovvero l’organizzazione logistica, la diffusione di armi e di esplosivi che richiede delle competenze tecniche. A tutto questo va aggiunto, continua Calvar, un “flottante” di dimensioni non note in cui collocare simpatizzanti che non sono legati ad alcuna organizzazione centralizzata (chissà forse Nizza è in questa categoria). C’è poi l’aspetto economico: Calvar sostiene che tutta la campagna del Gia degli anni ’90 ha avuto un costo totale di soli 150.000 euro, un attentato – dice – non costa quasi nulla. Un kalashnikov lo si trova a 350 euro nel mercato parallelo, un fucile a pompa (stile Bataclan) a circa 150. E per la prevenzione? Nel giro di 4 o 5 anni, sostiene Calvar la tecnologie previste dalla legge diventano obsolete e cita la contrapposizione tra l’FBI americano e la Apple per i software di cifrature end-to-end. Le aziende francesi che sviluppano questi sistemi di intercettazione sono in grande ritardo, anzi cita i servizi israeliani secondo cui le tecniche per raccogliere i cosiddetti big data lasciano a desiderare in Europa.

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