Siria, Trump gioca d’azzardo con la Russia?


Una salva di 59 missili di crociera, lanciati da due unità americane ieri sera alle 8, ha distrutto la base siriana da cui sono partiti i caccia che hanno fatto dozzine di vittime a Khan Sheihoun, in una zona controllata dai ribelli. Siamo tornati alla “linea sulla sabbia”, ma l’azione è una chiara ammissione che la politica di Trump in passato non teneva conto degli assetti geostrategici. Ieri notte una salva di messaggi su Twitter sembrava trovare tutti d’accordo: il senatore repubblicano John McCain, vari diplomatici che in passato hanno lavorato per Obama e addirittura Hillary Clinton sembrano d’accordo.

Per non inasprire le relazioni con la Russia il Pentagono ha dichiarato che il personale militare russo dell’aeroporto incriminato era stato avvisato, ma il voltafaccia di Trump è difficile da capire se si guarda alla salva di dichiarazioni sulla Siria del 2013. Una dozzina di tweet indicavano chiaramente la contrarietà dell’attuale presidente a un’eventuale azione americana in Siria, anche se Obama dopo gli attacchi chimici di quell’anno aveva promesso un dura replica militare (mai avvenuta). Trump scriveva sul Twitter: “L’unica ragione del presidente Obama che vuole attaccare la Siria è di salvare la faccia dopo aver indicato la linea rossa: Non attacchiamo la Siria, gli Usa ne debbono restare fuori” (5 settembre). Lo stesso giorno rincarava la dose: “Ancora, il nostro leader fuori di senno non deve attaccare la Siria. Se lo facciamo accadranno delle cose drammatiche e da questo attacco non ce ne verrà niente”. Trump aveva espressamente richiesto l’approvazione del Congresso per un eventuale attacco, cosa che Trump si è ben guardato dal fare per l’azione di ieri. I rischi di questa operazione sono tutti da valutare: ad esempio non è assolutamente chiaro quali saranno i risvolti sulla lotta al terrorismo di matrice siriana. Il concetto è stato ribadito molti mesi fa dal generale Petraeus, il quale ho notato che nei passati decenni abbiamo imparato una lezione. Ovvero che il collasso di uno stato genera automaticamente spazio per i movimenti estremisti islamici. Cosa che in passato si è puntualmente verificata in Iraq. Ovviamente la mossa di Trump può essere un’azione simbolica determinata a contrastare la generale impressione che la sua amministrazione abbia avuto rapporti sotterranei con il regime di Mosca, come dimostrano una raffica di dimissioni e la rimozione di alcuni alti esponenti dell’attuale amministrazione. Tra un paio di giorni ci sarà un confronto russo-americano a Mosca che forse servirà a chiarire la vera posta in gioco. Putin potrebbe lasciar correre, oppure stabilire che i rapporti con Washington hanno preso una nuova strada. Quindi c’è molto da capire su quella che sarà la politica estera di Trump per i prossimi mesi.

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