La prova regina. Una recensione di Gilberto Corbellini


Delitto e castigo genetico
Per secoli la «regina delle prove» era la confessione. Confessio est regina probationum, recita un brocardo giuridico del sistema inquisitorio, che si affermò in occidente con la forma del diritto canonico di Innocenzo III. Per i governi repressivi teocratici e monarchi tardomedievali e moderni si trattava di una strategia processuale del tutto funzionale, visto che una confessione la si poteva sempre estorcere con la tortura.
Quando Cesare Beccaria smontò il valore probatorio della confessione ottenuta mediante tortura, i tempi stavano cambiando. La vita in occidente cominciava a essere illuminata dalla razionalità e si capiva quali danni potessero fare i pregiudizi. Si trattava di una luce che veniva dal nord-ovest del continente europeo, registrava un dialogo epistemologico piuttosto stretto fra il diritto consuetudinario, con il suo impianto accusatorio, e il metodo scientifico. Serviranno ancora diversi decenni perché anche il pensiero giuridico continentale cominci a essere rischiarato da un diritto più attento ai fatti, e disposto a riconoscere la superiore affidabilità del giudizio emesso da una giuria indipendente che pondera le prove discusse pubblicamente dall’accusa e dalla difesa. Il sistema accusatorio alla fine è il migliore, benché non sia perfetto (ma tutti gli altri sono peggio), da usare a garanzia dei diritti fondamentali dell’imputato come persona, e quello più coerente con i principi delle liberaldemocrazie. L’approccio accusatorio privilegia inevitabilmente delle prove scientifiche.

Quando, nel 1886, Arthur Conan Doyle fece scoprire a Holmes, nel racconto “Uno studio in rosso”, una reazione chimica per identificare inconfutabilmente la presenza del sangue sulla scena del crimine, era infatti influenzato dalla comparsa di articoli e libri che discutevano l’uso di procedure scientifiche nella ricostruzione della scena del crimine. Hans Gross (1847-1915), Edward Oskar Heinrich (1881-1853) e Luke May (1892-1965) erano solo alcuni dei protagonisti di una stagione della criminologia forense che vedeva l’intelligenza tecnica e metodologica, istruita dal metodo scientifico, incanalare secondo principi di validazione che devono tenere conto anche degli usi e della garanzie processuali, le prime procedure di investigazione scientifica della scena del crimine. Per quegli anni, stiamo parlando di rilevare e confrontare impronte digitali, o di cominciare a usare le tipizzazioni sierologiche del sangue.
Quel lavoro ha portato a risultati spettacolari e a stabilire che una «prova regina» esiste davvero, ed è a portata dell’indagine investigativa giudiziaria: il Dna. Come spiega il libro di Gianfranco Bangone dedicata alla storia delle strategie volte all’applicazione dell’analisi del Dna in ambito forense. L’approccio di Bangone ha una misura e uno stile: non è mai sopra le righe, cioè non è sentenzioso o scandalistico, e non concede niente alla moda dello scrivere ammiccante dei cosiddetti «comunicatori», cioè delle nuove leve di divulgatori. Del resto essere comunicatori non significa essere anche giornalisti: la differenza è sostanziale sul piano del metodo di lavoro e dell’etica professionale. Forse non c’entra niente, ma potrebbe non essere un caso se quando a divulgare mediaticamente la scienza erano quasi solo dei giornalisti, i rapporti tra scienza e pubblico erano migliori di adesso.
Bangone esamina una serie di casi famosi, quasi tutti italiani, nei quali il Dna ha svolto (o sta svolgendo) in un modo o nell’altro un ruolo determinate o importante. Il viaggio inizia a Leicester, dove il genetista Alec Jeffreys (oggi Sir) dimostrava trenta anni fa per la prima volta la possibilità di usare elementi ipervariabili del Dna ottenuto da reperti biologici isolati sulla scena del crimine, per scagionare persone non colpevoli o dimostrare la colpevolezza di un sospettato. E si conclude con il caso di Sara Mollicone (Frosinone 2001), ancora irrisolto a causa di indagini carenti, mentre ormai le tecnologie di amplificazione e analisi di sequenze variabili e polimorfiche consentono alla tecnologia un’elevatissima affidabilità.
Nel corso di questi trent’anni le discussioni ha riguardato inizialmente la precisione della tecnologia, che oggi non è più in discussione, ma deve affrontare le resistenze del sistema giudiziario ad affidare alla scienza e alla tecnologia un ruolo più che di mero supporto nel processo investigativo e nell’accertamento probatorio. Tre casi discussi da Bangone che hanno visto l’uso con diversi esisti della prova del Dna sono quello di Cristina Capoccitti, il delitto di Perugia che ha visto imputati Amanda Knox e Raffaele Sollecito, e il caso di Yara Gambirasio. Quest’ultimo ha dimostrato che l’applicazione della genetica alla criminologia forense, in buona parte del suo potenziale. Con il tempo si potrà fare sempre meglio, ricavando probabilmente da un certo numero di marcatori un grossolano identikit fenotipico di colui che ha lasciato tracce di Dna sulla scena del crimine.
Ogni caso raccontato serve a Bangone per inquadrare un avanzamento scientifico o tecnologico e della discussione sulla validità della tecnica. Ed egli dedica due capitoli a spiegare il potenziale e i limiti delle tecnologie che si sono succedute, e le problematiche sociali e politiche implicate dall’accesso e dall’uso di informazioni genetiche personali e protette da leggi sulla riservatezza.
L’uso del Dna e le identificazioni ottenibili non sono riusciti a migliorare la percezione di questo strumento per quel che riguarda la sua natura tecno-scientifica. L’uso del Dna continua a essere circondato da un alone di magia. Non è sorprendente che la sceneggiatura della serie televisiva americana forse più vista considerando gli spin off, CSI – Crime Scene Investigation descriva la raccolta di prove su una scena come la lettura di un testo arcano. In questi legal drama ben poco è realistico e tutto regolarmente manipolato nella presentazione dei test, che sono in larga inventati, per farli corrispondere a una narrazione che è strumentale per soddisfare l’attesa di elementi di sorpresa più che di spiegazione. Sono stati fatti studi per stabilire se esiste un «effetto CSI», cioè se i modi in cui l’investigazione penale è rappresentata dalle narrazioni influenza le aspettative dei giudici e dei giurati per quanto riguarda la natura e la qualità delle prove, ovvero se influenza le tecniche di produzione dei reati. Si è visto che effetto è del tutto irrilevante nell’economia dei dibattimenti processuali in ambito penale, così come sul piano di un’educazione a commettere reati meno facilmente risolvibili. L’unico vero «effetto CSI» è la proliferazione di serie televisive simili, cioè incentrante su indagini condotte con avanzati strumenti tecnologici e raffinati ragionamenti scientifici per smascherare i colpevoli di efferati delitti. Serie dove in quasi tutti gli episodi, la scienza è usata più come un metodo infallibile e magico, cioè magico perché infallibile, che non come un approccio critico e sperimentale nell’uso delle prove. Incluso il Dna.
Recensione uscita su Il Sole 24 Ore il 16 aprile del 2017
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Gianfranco Bangone, (autore de La prova regina. Dna forense e celebri delitti italiani, Codice Edizioni, Torino, pagg. 190, € 15, che Gilberto Corbellini recensisce in questo articolo, sarà sabato 22 aprile alle ore 12 alla Sala Re Enzo (piazza del Nettuno 1) insieme ad Andrea Del Ferraro, Susi Pelotti e Claudio Rapezzi, nell’ambito dell’evento intitolato Autopsie e impronte genetiche: quando la morte svela il crimine . Nella stessa giornata, alle 15.30 all’Oratorio di San Filippo Neri (via Manzoni 5), Pietro Pietrini parlerà di Il ritorno di Lombroso?
Genetica e neuroscienze
dei comportamenti antisociali
Gilberto Corbellini

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