Terrorismo: la profezia di Abu Mus’ab al-Suri

 


Sette morti e almeno 48 feriti nell’ultimo attacco che ha colpito Londra ieri. E’ il terzo in tre mesi e da marzo ad oggi ne sarebbero stati sventati altri cinque. E’ un bollettino di guerra a cui forse bisognerà abituarsi. Peccato che non arriva come un fulmine a ciel sereno e che simili azioni siano destinate a ripetersi nel prossimo futuro. A Torino, durante la diretta della partita di Champions League, la folla ha tentato di fuggire da Piazza San Carlo, dopo un falso allarme, e ha calpestato 1.527 persone. Otto di queste sono ricoverate con un codice rosso e le condizioni di tre sono particolarmente critiche. Se si guarda al modus operandi degli ultimi attentati londinesi si può facilmente concludere che si tratta di “cani sciolti” o di terroristi improvvisati che non hanno una solida preparazione militare come è avvenuto in altri casi. Ma conta poco. Si sta avverando la profezia dell’ideologo siriano Abu Mus’ab al-Suri che nel 2004 predicava l’avvento del jihad globalizzato e sfrancato dalle principali organizzazioni terroristiche. Il suo libro The Global Islamic Resistance Call, pubblicato su internet nel dicembre di quell’anno non solo ha fatto scuola, ma si è imposto come unica strategia possibile. Siamo al terrorismo fai da tè, ognuno fa quello che può e per conto suo. Ed è difficile difendersi da un pericolo così misterioso ed evanescente. L’onda lunga di questa tattica ci porta a Torino, dove l’attacco terroristico non c’è ma c’è il suo fantasma che è altrettanto efficace.

In uno straordinario libro dedicato ad al-Suri lo specialista norvegese di sicurezza Brynjar Lia lo descrive come il più brillante e pericoloso ideologo del radicalismo islamico, “un dissidente e un critico che ha messo al di sopra del fanatismo religioso la necessità di un approccio più pragmatico sul lungo termine”. Essendo siriano di nascita al-Suri ha sicuramente fatto tesoro della fallita rivoluzione della Fratellanza Musulmana nei primi anni ’80, sconfitta dal dittatore Hafez al-Assad che mise a ferro e fuoco la loro roccaforte di Ham facendo migliaia di vittime. Fugge in Afghanistan, dove sarà responsabile di un campo di addestramento, stringe un’alleanza con bin Laden ma ben presto si rende conto che la rigida gerarchia delle organizzazioni che vorrebbero liberare il paese dalla presenza straniera è fatalmente destinata ad essere sconfitta. Per lunghi anni al-Suri sarà considerato un eretico, ma i colpi inferti dal controterrorismo alle principali organizzazioni in Afghanistan, nei Territori ad Amministrazione Tribale in Pakistan, in Yemen e in Somalia, così come in Bosnia e in Cecenia attraverso l’eliminazione mirata dei loro leader, ne fanno tornare di attualità il pensiero. Nel 2010 Inspire, la rivista di Al qaeda nella penisola arabica, pubblica i punti salienti delle sue teorie in cinque puntate. Sono un riassunto del voluminoso saggio di 1.600 pagine presentato sotto l’etichetta delle “esperienze del Jihad”. Brynjar Lia ha tradotto in inglese le parti principali del testo di al-Suri commentandole. Queste organizzazioni hanno perso sul terreno, argomenta l’ideologo siriano, sono state smantellate perché avevano un’organizzazione verticistica con elevatissimi livelli di segretezza che le rendevano deboli, hanno fallito nell’educare le masse, da cui sono state lontane e non sono state in grado di raggiungere i loro scopi politici. Quindi la risposta deve nascere dal basso, piccole organizzazioni costituite da pochissime persone si possono nascondere più facilmente, è impossibile tenerle sotto controllo perché completamente slegate dai vertici. Insomma salta il concetto di cellula, che è facilmente infiltrabile, e si torna alla militanza dal basso, all’indottrinamento a distanza. L’attentato di Nizza è un chiaro esempio di questa tattica, non a caso lo schema viene replicato in altre diverse occasioni, ad esempio nell’attacco al mercatino di Natale in Germania, ma ce ne saranno anche altri. In questa nuovo schema viene a saltare il vecchio rapporto centro-periferie, per cui l’azione, anche se rivendicata dall’organizzazione centrale, è interamente autogestita. Certo non si possono ottenere i risultati del Bataclan o della raffica dei primi attentati parigini, ma è comunque uno stillicidio che semina panico e terrore. Convertirsi alla causa in rete è per l’intelligence una pista quasi impossibile da seguire, non si può tenere sotto controllo tutto il traffico in rete, anche se la prima ministra May ha sostenuto ieri a gran voce che bisogna cambiare strategias. Sarà possibile? Sembra difficile perché questo comporterebbe l’abbandono di alcune libertà personali che sono il sale delle democrazie occidentali. Al cosiddetto “data mining” – ovvero una raccolta indiscriminata di dati in violazione della privacy – si oppongono anche i colossi dei social, come dimostra il caso americano di Apple, che hanno fatturati pubblicitari a cui non hanno alcuna intenzione di rinunciare. In qualche caso i media hanno dimostrato qualche forma di strabismo: i foreign fighter non necessariamente sono il serbatoio da cui il terrorismo si alimenta, e se così fosse non è detto che ci sia una cinghia di trasmissione diretta. Il pericolo vero a cui andiamo incontro sono persone a prima vista “qualsiasi”, che magari si sono radicalizzate nelle pieghe del sistema, sconosciute alle reti radicali che sono note. Insomma il cosiddetto ago nel pagliaio. C’è poi un’ultima considerazione da fare. Chi ha studiato il fenomeno terrorismo di matrice islamica sostiene che soggiace alla “teoria della Duna”. Nel deserto la forma delle dune è disegnata dai capricci del vento e se guardiamo a quanto avviene in Medio Oriente notiamo che molti militanti abbandonano un teatro di guerriglia dove è difficile muoversi per spostarsi in paesi dove ci sono condizioni più favorevoli: è successo in Tunisia ma anche in Libia. Insomma il radicalismo è un mare magnum che richiede ben più che qualche forma di coordinamento europeo.

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