Seconda condanna per Massimo Bossetti


L’omicidio di Yara Gambirasio, per cui è stato condannato all’ergastolo Massimo Bossetti (condanna in primo grado ora confermata in appello) ha scatenato in rete una folla di innocentisti. Non meraviglia affatto perché il Dna è un argomento tecnicamente «duro» e poi perché nel caso Gambirasio il Dna è tutto: ci sono altri indizi, ma la prova più schiacciante viene dalle tracce biologiche trovate sul corpo della vittima. A Bossetti si arriva solo nel 2014 per cui tutte le analisi relative al cosiddetto “Ignoto 1” sono state effettuate nei tre anni precedenti e all’insaputa del collegio di difesa che poi rappresenterà l’imputato. E’ una violazione dei diritti della difesa? In estrema sintesi il problema è quindi il seguente: il Dna di Ignoto 1 è lo stesso di Massimo Bossetti?

Nel primo processo in Assise la risposta è stata sì, in appello si è arrivati alla stessa conclusione. Ma la catena delle indagini tecniche che porta a questa conclusione è realmente ineccepibile? C’è un particolare che va chiarito immediatamente: le tracce biologiche sul corpo di Yara vengono prelevate tre mesi dopo l’omicidio – il cadavere è rimasto all’aperto sul terreno di Chignolo d’Isola – per cui i fluidi risultano fortemente contaminati. Nelle 130 pagine in cui la difesa di Massimo Bossetti richiede l’appello si punta il dito su un’apparente contraddizione: sul cadavere della vittima c’è il Dna nucleare dell’imputato ma manca quello del mitocondrio (mtDNA), c’è solo un profilo misto che i tecnici del tribunale hanno considerato inutilizzabile. Ma non si trova quello di Massimo Bossetti. In presenza di un Dna nucleare – peraltro in concentrazioni «vistose» – com’è possibile che non si trovi quello del mitocondrio? In una cellula nucleata abbiamo una copia del Dna nucleare, ma migliaia di copie del Dna del mitocondrio. La specificità di quest’ultimo è che si eredita solo per via materna, per cui «traccia» l’ascendenza familiare da parte femminile. Tutti i figli della stessa madre, o i nipoti della stessa nonna, hanno copie di questo Dna. Il mitocondrio, a differenza del Dna nucleare, non ha fini identificativi, ma può essere utilizzato per l’esclusione: in altri termini non porta all’identificazione certa ed assoluta di un individuo, ma discrimina due individui se nati da madri diverse. La difesa di Bossetti sostiene che se nelle tracce trovate sul corpo di Yara non c’è il mitocondrio dell’imputato allora non c’è prova che l’imputato fosse presente sul luogo del delitto (nonostante ci sia traccia del suo Dna nucleare). La tesi non ha convinto la Corte di Assise in primo grado e neanche quella in cui si è celebrato l’appello, quindi Bossetti è arrivato alla seconda condanna all’ergastolo. La difesa sostiene che siamo all’errore giudiziario ed è giusto che chieda il pronunciamento della Cassazione: la colpevolezza, nel nostro sistema giuridico, va infatti dimostrata «al di là di ogni ragionevole dubbio». Ma il ragionamento secondo cui il Dna nucleare deve essere sempre associato a quello del mitocondrio dello stesso individuo è una «forzatura tecnica» che la difesa dell’imputato fa bene ad impugnare, ma che difficilmente porterà a un ribaltamento della sentenza. I motivi per cui il Dna del mitocondrio dell’imputato non sia associato a quello nucleare posso essere molti ma resta sempre da spiegare perché sui leggins e sugli slip di Yara è stato trovato il Dna di Bossetti. Questa apparente anomalia è stata già spiegata nelle motivazioni della sentenza di primo grado (da pag. 70 in poi) e quindi non resta che aspettare le motivazioni della sentenza di appello. Gli innocentisti in rete, ovviamente, si appellano alle spiegazioni più improbabili: scambio di provette, contaminazione, errore strumentale, artefatto di laboratorio. Non è una novità, è un copione che si è ripetuto in molti processi.

La trasmissione di Radio anch’io dedicata alla seconda sentenza (il mio intervento è dopo il minuto 14)

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