La sindrome cinese

Negli ultimi giorni ho tenuto a freno il nervosismo tutte le volte che ho acceso la TV. Della Sars non ne potevo più, visto che è diventato uno spauracchio che ha mandato in tilt la programmazione mediatica, ma meno ancora sopportavo questo teatrino di Matteo Renzi. Per avere ragione di questo tormentone giuro che sono disposto a qualsiasi cosa. Quindi parliamone di questo coronavirus e cerchiamo di stare sulle cose serie, perché di bufale ne ho sentito anche troppe. Nel frattempo credo di aver capito qual’è il vero motore di questa epidemia mediatica: l’ignoranza e lo scoopismo a buon mercato dei media. Ma proviamo a partire dall’inizio.

I dati del 20 febbraio, gli unici disponibili all’ora in cui scrivo, dicono che i casi totali nel mondo di Cov-19 sono 75.748 casi. Di questi i casi cinesi della provincia di Hubei sono 74.675, come dire che costituiscono da soli il 98,5%. Insomma nel resto del globo i casi sono – al netto – 1.073. E’ un po’ presto per strapparsi i capelli. Il resto è dovuto al panico, ma su questo punto ne parlo più tardi. Per il mio personale parere i conti non tornano: in un paese come il nostro abbiamo 1.500 casi/anno di epatite fulminante e nessuno ne parla (men che mai in TV), studi di vario genere sostengono che la cosiddetta “mortalità ritardata” di una stagione influenzale fa da 7.000 a 15.000 decessi solo in Italia. Quindi le cose sono due: o capiamo che il coronavirus farà una frazione infinitesimale di morti per influenza, ammesso che li faccia, oppure è meglio lasciar perdere e pensare ad altro. Di psicosi ne abbiamo già abbastanza. Ma a furia di star dietro a questo flagello biblico di cui si parla in TV, ho capito che qualcosa va spiegato, una volta tanto scientificamente, visto che i virologi fustigati in TV dicono cose sensate, ma che non sembrano far notizia: li fanno parlare tre minuti, ma poi c’è l’ennesimo collegamento monstre che annuncia il peggio. Insomma il catastrofismo gonfia gli ascolti. E qui c’è da fare un primo distinguo. “Colpiti dal coronavirus” è un’espressione ambigua che si presta a molti fraintendimenti. Siccome un test risultato positivo secondo la RT-PCR, è un primo passo ma non una condanna a morte. In letteratura si spiega che i test disponibili sono tre, ma con pesanti limitazioni: Elisa trova anticorpi per IL COV-19 a circa 20 giorni dalla comparsa dei sintomi clinici. Il secondo test di immunofluorescenza trova gli anticorpi a 10 giorni dall’infezione, ma è un test “lento” e richiede che si coltivi il virus tramite un espettorato. La RT-PCR è la più usata come test rapido, ma produce molti falsi-positivi (avevo scritto negativi, ma è un errore materiale). In concreto significa che chi è stato contagiato dal virus non è detto che ne sia stato realmente colpito. Ma in epidemiologia, e con il COV-19, diventa un fondamentale strumento di prevenzione (leggi quarantena). Non esistono altri rimedi. Questa contabilità è quindi scivolosa e troppo complicata per gli approfondimenti televisivi che vogliono titoli forti. Ormai non interessa più nessuno che fra i “quarantenati” della Cecchignola almeno 150 se ne siano tornati a casa sani e salvi (e stanno benissimo). Mi rendo conto che questa faccenda dei falsi positivi non la capisce nessuno anche se è l’unico strumento che abbiamo per fare prevenzione. I falsi positivi sono a modo loro un indice del funzionamento del test rapido e quindi sicura garanzia che il sistema di prevenzione funziona. Dico questo perché il COV-19 è un tipico virus da “raffreddamento” che può presentare sintomi simil-influenzali (e qui va precisato che siamo alla coda epidemica dell’influenza stagionale). Apriti cielo.
Sul piano più generale la John Hopkins ha pubblicato due settimane fa una modellizzazione da cui emergeva chiaramente il fatto che in Cina non solo c’è un rallentamento dell’epidemia, ma addirittura che i cosiddetti “guariti” avevano superato i deceduti. Siccome l’epidemia si regge su un motore interno di diffusione si vanno a cercare dati che indichino che ha scavallato il picco (lo si fa anche con l’influenza). I media hanno smesso di parlare del Cov-19 – per 3 o 4 giorni -secondo me perché non reggeva i titoli. Poi i casi del Lodigiano hanno fatto ripartire la grancassa, e giù titoli catastrofici e il consueto codazzo di allarmismo. In un paese in cui fra i dipendenti pubblici ci sono emeriti specialisti nel progettare “ponti” per avere un periodo di ferie al minimo costo, non si capisce perché 14 giorni di autoquarantena diventi un flagello. Si potrebbe fare meno sconquasso e prendersi un meritato periodo di riposo.
Per chiudere una conclusione rapida: siccome un virus che con un contagiato fa un morto non esiste, c’è anche la necessità evoluzionistica che il virus produca sintomi “mild”, insomma casi leggeri che si superano senza particolari sforzi. Questa è l’unica strada che il virus ha di garantirsi un po’ di vita. Significa che non tutti i casi sono uguali e diventino il flagello biblico. Che poi in una coda epidemica ci siano colpi di coda fa parte del gioco, ma vanno saputi leggere. Io ho un feroce mal di testa da Sars, ma è colpa della televisione, e questa faccenda di Renzi che si venderebbe la nonna per avere un titolo mi è arrivata a noia (a mezze parole lo ha sostenuto con toni più garbati dei miei Bersani in TV). Ai conduttori televisivi consiglierei di leggere qualcosa e di moderare questo scoopismo da bar. No faccio nomi ma non c’è bisogno…..

p.s. Ieri sera da Zoro ridevo come un matto leggendo i tweet di una povera adolescente che compiva gli anni oggi, che non li poteva festeggiare perché è tutto chiuso e gli avevano chiuso anche il ristorante dove aveva prenotato. Ha tutta la mia solidarietà, visto che mia figlia sedicenne ha fine gennaio si è beccato una polmonite (oggi risolta). Se il coronavirus avesse ritardato la sua comparsa da noi, non credo l’avrebbe presa bene

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