Gli untori del Covid-19

Intanto ho notato che la comunità medica di riferimento è fortemente irritata, e non sembra farne mistero. L’argomento è il solito: i media, alcuni in particolare, che vanno a spanne. Nel nord, dove ci sono i cluster più importanti della malattia, non si sopporta il fatto che le strutture ospedaliere che vengono considerate modello di eccellenza nell’intero paese, siano finite nel tritacarne della cronaca spicciola. Non c’è dubbio che la cronaca televisiva abbia fatto più male del virus, azzannando qualsiasi argomento possibile legato all’epidemia con uno scoopismo che anch’esso è diventato malattia.

Primo problema, perché tutti questi casi in Italia rispetto a una contabilità più accettabile negli altri paesi europei? Qui le risposte sono molte e non avremo una spiegazione definitiva nel giro di un paio di settimane (così promette il ministero della salute, ma forse è ancora troppo presto). Intanto non abbiamo dati certi rispetto al dilagare del virus nella provincia di Hubei. Pechino ha mentito? Non è da escludere, ma va considerato che un colosso che fa più di 1,4 miliardi di persone abbia richiesto del tempo per organizzarsi. Alcuni sostengono che il caso si sia presentato intorno alla prima decade di gennaio, o forse ai primi di dicembre del 2019, ma non c’è certezza. Anzi altri sostengono che il virus viaggiava sotto traccia da molto prima, approfittando delle imminenti festività cinesi di fine anno e in Cina tirar fuori la testa prima che il partito si muova è considerato un atto di insubordinazione, punito con il carcere se non addirittura peggio (e qui fioriscono tesi cospirazioniste). Il nostro paese ha scelto di cancellare i voli diretti da Wuhan, imitando il comportamento di molte grandi compagnie aeree. Ma la rete era a maglie larghe perché chi stava nell’epicentro del contagio ha avuto molte scappatoie per tornare a casa. Alcuni sono arrivati via Mosca, altri dalla Corea del Sud, altri ancora con soluzioni ancora più ingegnose per farla franca e scappare.

La prima strategia nostrana è stato tracciare qualsiasi persona vicino al paziente zero (mai trovato) e applicare duramente il tracciamento utilizzando in massa il test rapido (RT-PCR). Ancora oggi questa strategia ha illustri estimatori, fermo rimanendo il fatto che ha fatto dilagare i cluster in almeno quattro regioni italiane. Per essere ancora più precisi il test rapido effettuato in massa ha prodotto molti di quelli che vengono per brevità chiamati “falsi positivi”. La definizione è efficace ma impropria. Il test, che si basa sugli anticorpi al Covid-19, è una primissima indicazione di contagio, ma si tratta di un probabile pericolo nello sviluppare la malattia, piuttosto che una prova inappellabile. A rigor di logica fra i sottoposti al test meno del 90 % ha sviluppato i sintomi della malattia. Il secondo provvedimento è stata la quarantena per qualsiasi persona o cluster dove si fosse trovata una positività (14 giorni considerando che il periodo di incubazione del virus è fra i 2 e i 7 giorni). Con il senno di poi questa metodica ha portato in prima linea zone a rischio dove qualsiasi attività è stata congelata (economica e sociale). E’ stata una soluzione obbligata? Molti virologi di fama sostengono di sì, ma c’è un’accanita discussione ancora in corso sull’efficacia del provvedimento (e soprattutto per i danni economici che produce). Per paradosso 3 o 4 regioni settentrionali che producono più del 40% del Pil nazionale si sono trovate con le gomme a terra e hanno dovuto rispondere interrompendo le filiere di produzione. In concreto hanno innescato una recessione. In Italia risulta che siano stati effettuati 29.000 test rapidi, rispetto alle poche centinaia in Germania e Francia (che hanno grosso modo una popolazione dello stesso peso). A questo punto il governo si è impaurito e ha fatto una precipitosa marcia indietro. Ora i test si fanno solo a coloro che presentano sintomi, anche se le regole sulla quarantena restano sempre le stesse.

Nel frattempo siamo diventati gli “untori” del mondo, anche se prima di noi ci sono i cinesi e i sud coreani. Si sono cancellati biglietti aerei, e molte manifestazioni del Made in Italy sono state rimandate a tempi migliori, abbiamo chiuso scuole di vario ordine e grado in quattro regioni, chiuso i musei e interrotto buona parte del traffico turistico e culturale. E qui siamo al disastro. I paesi europei che non hanno adottato i nostri provvedimenti hanno fatto i furbi? In tempi di feroce competizione economica qualche dubbio resta (mettiamola così per non cadere nel solito cospirazionismo). Insomma abbiamo fatto bene con i primi provvedimenti? Qui c’è una domanda cruciale: un positivo asintomatico vale un asintomatico disoccupato che forse non si ammalerà mai? Ma ci vorranno mesi per stabilire se siamo stati troppi rigidi o improvvidi. La risposta sta nell’andamento dell’epidemia. Se abbiamo fatto bene, pagando lo scotto di essere additati come gli “untori”, lo scopriremo nelle prossime settimane o nel giro di qualche mese. Se il virus è arrivato prima da noi che nel resto dell’Europa occidentale, allora significa che paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna e altri, si troveranno nello stesso dilemma a breve. I virus sono ubiquitari e vanno dove capita, non hanno particolari strategie.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: