Corea del Nord-Usa, quasi un doppio bluff


I telegiornali ci avevano scommesso, giorni e giorni di minacce da una parte e dall’altra, flotte in movimento per arrivare nelle acque coreane. Ma non è successo niente. Anzi questo test nord-coreano nella tarda domenica, ora locale, è stato un flop. Trump giocava a golf e al personale della Casa Bianca è stato dato un giorno di riposo da trascorrere con i propri familiari. Ma che razza di crisi è? Continua a leggere

Afghanistan: il ritorno delle bombe termobariche


L’ultima volta che gli Usa hanno usato un ordigno termobarico è stato nel 2002 in Afghanistan. Ieri pomeriggio, intorno alle 19 ora locale un MC-130 ha sganciato una fuel air bomb (Gbu-43) nella provincia di Nangarhar per colpire alcuni tunnel sotterranei dell’Isis, in una zona molto vicina al confine con il Pakistan e i Territori ad Amministrazione Tribale. L’azione ha interessato una zona che è considerata uno storico rifugio delle formazioni jihadiste. Gli effetti delle fuel air bomb sono impressionati e la potenza di questi ordigni è classifica come subnucleare. Sono in grado di “bonificare” tunnel che resisterebbero a qualsiasi altro bombardamento con esplosivi convenzionali. Continua a leggere

Siria, Trump gioca d’azzardo con la Russia?


Una salva di 59 missili di crociera, lanciati da due unità americane ieri sera alle 8, ha distrutto la base siriana da cui sono partiti i caccia che hanno fatto dozzine di vittime a Khan Sheihoun, in una zona controllata dai ribelli. Siamo tornati alla “linea sulla sabbia”, ma l’azione è una chiara ammissione che la politica di Trump in passato non teneva conto degli assetti geostrategici. Ieri notte una salva di messaggi su Twitter sembrava trovare tutti d’accordo: il senatore repubblicano John McCain, vari diplomatici che in passato hanno lavorato per Obama e addirittura Hillary Clinton sembrano d’accordo. Continua a leggere

Parigi: l’Isis alza il tiro sull’Europa?

french soldier Gli attentati di Parigi sono la dimostrazione che l’Isis ha alzato il tiro e rivisto la propria strategia? E fra tutti gli obiettivi possibili perché proprio la Francia? La simultaneità degli attacchi è a sua volta la conferma che rispetto al passato non abbiamo più a che fare con piccoli gruppi isolati, ma con una formazione che ha diramazioni in diversi paesi? Nel jihadismo più radicale ci sono nuove alleanze tra le varie fazioni? Leggendo attentamente i commenti di specialisti internazionali che si occupano di terrorismo e sicurezza non solo non si risolve il rompicapo, mancano troppi dati per poterlo fare, ma addirittura può nascere il sospetto che la serie di domande che abbiamo posto siano difficilmente collegabili fra loro in un contesto coerente. Va precisato che piccoli gruppi terroristici operano dove possono e dove è più facile ottenere risultati eclatanti, nel caso parigino la strage c’è, ma da qui in poi si brancola nel buio (almeno per ora). Continua a leggere

Cosa fa la Russia in Siria?

mig29 Cosa vuole fare la Russia in Siria? Sono mesi ormai che i media pubblicano indiscrezioni sulla presenza di caccia russi sui cieli di Damasco, ma Mosca replica dicendo che si tratta di false informazioni. Strano, perché ormai le fonti sono diventate tante: a parlarne per primo è stata l’israeliana YnetNews, da sempre molto attenta allo scenario mediorientale, ma poi si è aggiunta anche l’agenzia turca BNG. La novità è che The Aviationist, una testata molto nota fra gli addetti ai lavori, ha pubblicato delle foto di intercettori russi sui cieli di Damasco: sono Su-27, Mig-29 e alcuni droni. In origine sarebbero comparse su alcuni social network siriani, operati dalla formazione Jabhat al-Nusra che combatte il regime centrale. Continua a leggere

La Guerra Fredda nell’Artico

070317-N-3642E-198 	Navy Petty Officer 2nd Class Andrew Krauss prepares to videotape visitors to the Los Angeles-class fast-attack submarine USS Alexandria (SSN 757) in the Arctic Ocean on March 17, 2007.  Alexandria is taking part in exercise ICEX 07 with the Royal Navy submarine HMS Tireless (SS 88) and the applied physics ice station.  The exercise is in support of arctic testing for U.S. and United Kingdom submarines being conducted on and under a drifting ice floe about 180 nautical miles off the north coast of Alaska.  DoD photo by Chief Petty Officer Shawn P. Eklund, U.S. Navy.  (Released) Il 25 maggio di quest’anno un centinaio di caccia con le insegne di nove paesi Nato hanno dato inizio all’esercitazione Artic Challenge, decollando da tre aeroporti nell’estremo Nord: Bodo in Norvegia, Rovaniemi in Finlandia e Kallax in Svezia. Il ministero norvegese della difesa, che coordina le operazioni, sottolinea in un comunicato stampa che si tratta della più estesa esercitazione aerea che abbia interessato questa regione e che verrà ripetuta con cadenza annuale. La Russia ha risposto mobilitando una brigata artica, dislocata nella penisola di Kola e messo in allerta la sua Flotta del Nord. Questi “incontri ravvicinati” tra forze armate dei due ex blocchi nell’estremo Nord non sono una novità: la NATO sostiene che nel 2014 ha intercettato più di 100 aerei spia russi in volo sul territorio di paesi membri dell’Alleanza (sono aumentati di tre volte rispetto agli anni precedenti), ma anche gli Stati Uniti non stanno a guardare. Nello stesso anno hanno effettuato 140 voli di ricognizione sull’Artico, ed erano stati solo 22 nel 2013. Gli sconfinamenti russi in acque territoriali canadesi, norvegesi e danesi non si contano più, ma interessano anche l’Alaska occidentale dove nello scorso anno ci sono stati almeno sei intrusioni di ricognitori russi a lungo raggio. Continua a leggere

Usa-Cuba: nuove rivelazioni su 50 anni di trattative riservate

fidel ny Dopo il disastroso tentativo di sbarco nella Baia dei Porci, nell’aprile del 1961, le malconce relazioni fra Washington e L’Avana, già provate dalla crisi dei missili, crollano al minimo storico. L’operazione voluta dalla Cia lascia sul terreno 238 morti e i 1.189 superstiti vengono tradotti in carcere a L’Avana. Nell’estate del ’62 l’amministrazione Kennedy invia nella capitale cubana un negoziatore segreto, James Donovan, con il compito di trattare la liberazione dei reduci dello sbarco. L’emissario americano ha precise disposizioni da Robert Kennedy: la trattativa non solo è riservatissima, ma si deve limitare alla sola liberazione dei prigionieri. Donovan nei mesi che seguono incontra Fidel Castro in molte occasioni, ed è quest’ultimo a chiedergli, nell’aprile del ’63, se è possibile trovare una strada perché queste relazioni diventino stabili. Donovan chiede a Fidel se sa come si accoppiano i porcospini e siccome il suo interlocutore non ne ha idea replica: «lo fanno con grande circospezione e questo è l’unico modo in cui lei e il governo americano possono tentare di arrivare a questo risultato». Kennedy viene assassinato a Dallas sette mesi dopo, peraltro da Lee Oswald di cui erano note le simpatie castriste, ma la macchina delle trattative segrete è ancora all’opera e lo sarà per molti decenni a seguire. Continua a leggere

Il fuoco amico dei droni

north-waziristan L’uccisione del cooperante italiano Giovanni Lo Porto e del suo collega americano Warren Weinstein, ha sollevato un mare di polemiche. Il presidente Obama era già al corrente dei risultati dell’operazione che ha portato alla morte dei due ostaggi quando ha ricevuto a Washington Matteo Renzi? Il primo ministro italiano ha avuto dal presidente americano notizia riservata del raid che ha portato all’uccisione dei due ostaggi, ma l’ha tenuta segreta in attesa di conferme ufficiali una volta effettuata l’analisi dei campioni biologici prelevati dai due cadaveri? Se il raid è stato compiuto a gennaio perché sono stati necessari tre mesi per averne conferma ufficiale? Le domande sono molte è ovviamente hanno scatenato non pochi retroscena di carattere politico. L’operazione di cui parliamo ha molti punti oscuri e anche dei risvolti inattesi, per cui è il caso di recuperare i pochi dati che sono noti e che almeno in parte spiegano la dinamica dell’attacco. Continua a leggere

I piani americani per riconquistare Mosul

Mosul Il Pentagono avrebbe un piano per riconquistare Mosul, la principale roccaforte dell’Isis in Iraq. L’indiscrezione, ammesso che di indiscrezione di tratti, viene da una rivista militare (Military Times), poi ripresa da molti organi di stampa. L’offensiva dovrebbe scattare fra aprile e maggio e vedrebbe in campo cinque brigate delle forze di sicurezza irachene, tre brigate dei peshmerga curdi, tre brigate di rinforzo e un contingente di forze tribali della regione. Dichiarare apertamente i propri piani non ha molto senso per cui è stata fatta l’ipotesi che si tratti di un’operazione tipica della guerra psicologica (sempre che non si tratti di un incidente di percorso). Da qualche settimana circolano indiscrezioni secondo cui le forze dell’Isis non sarebbero più in grado di continuare la loro fase di espansione in Iraq e le cose non andrebbero meglio in Siria dove c’è un’alleanza di fatto fra il regime di Damasco e la coalizione internazionale. Ma riconquistare Mosul comporta una sanguinosa battaglia urbana che richiede truppe specializzate, intelligence e un efficientissimo coordinamento delle forze sul terreno che al momento non si vede. Continua a leggere