La prova regina. Una recensione di Gilberto Corbellini


Delitto e castigo genetico
Per secoli la «regina delle prove» era la confessione. Confessio est regina probationum, recita un brocardo giuridico del sistema inquisitorio, che si affermò in occidente con la forma del diritto canonico di Innocenzo III. Per i governi repressivi teocratici e monarchi tardomedievali e moderni si trattava di una strategia processuale del tutto funzionale, visto che una confessione la si poteva sempre estorcere con la tortura.
Quando Cesare Beccaria smontò il valore probatorio della confessione ottenuta mediante tortura, i tempi stavano cambiando. La vita in occidente cominciava a essere illuminata dalla razionalità e si capiva quali danni potessero fare i pregiudizi. Si trattava di una luce che veniva dal nord-ovest del continente europeo, registrava un dialogo epistemologico piuttosto stretto fra il diritto consuetudinario, con il suo impianto accusatorio, e il metodo scientifico. Serviranno ancora diversi decenni perché anche il pensiero giuridico continentale cominci a essere rischiarato da un diritto più attento ai fatti, e disposto a riconoscere la superiore affidabilità del giudizio emesso da una giuria indipendente che pondera le prove discusse pubblicamente dall’accusa e dalla difesa. Il sistema accusatorio alla fine è il migliore, benché non sia perfetto (ma tutti gli altri sono peggio), da usare a garanzia dei diritti fondamentali dell’imputato come persona, e quello più coerente con i principi delle liberaldemocrazie. L’approccio accusatorio privilegia inevitabilmente delle prove scientifiche.
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