Il fair play di Rouhani all’Onu a Teheran conta poco

khamenei rouhani ahmadinejad Il discorso che il presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, ha tenuto martedì all’Onu rasenta il capolavoro diplomatico, almeno a giudicare dal clamore che ha suscitato nei media occidentali, ma solo per questo. All’orizzonte non c’è nulla che possa far pensare a un miglioramento delle relazioni con Washington. Sostenere che l’Olocausto non è un’invenzione è sicuramente un cambiamento epocale nella politica di Teheran dopo che una lunga stagione di governo di Ahmadinejad, e degli hardliners che lo sostenevano, aveva sposato con grande convinzione tesi revisioniste su questo tema. Ora l’ala democratica americana ha salutato il discorso alle Nazioni Unite come un’occasione irripetibile per riaprire un dialogo con l’Iran, mentre la destra repubblicana ha rispolverato la metafora del lupo travestito da agnello. Sul piano diplomatico c’è comunque un gesto che rivela molte cose: Barak Obama si era dichiarato disponibile a un incontro con il presidente iraniano che ha declinato l’invito. Dire che è uno sgarbo è poco, lo specialista di fede repubblicana Michael Ledeen l’ha definito con un’espressione molto efficace: «un dito nell’occhio». Continua a leggere

Siria: shot and forget?

syria war Stati Uniti e Gran Bretagna potrebbe scatenare un attacco contro le postazioni governative siriane nel giro di qualche giorno, o forse di qualche ora. La lista dei bersagli è nota in parte e si conosce la dislocazione delle unità nel Mediterraneo che potrebbero lanciare una salva di missili di crociera. Le indiscrezioni sostengono che si tratterà di un intervento «limitato» che non prevede l’utilizzo di uomini sul terreno. Si attende per i prossimi giorni la pubblicazione di un rapporto sull’utilizzo di armi chimiche in Siria redatto dall’intelligence statunitense. Su questa tardiva mossa della Casa Bianca ci sono comunque pareri contrastanti nella stessa stampa americana: molti editorialisti, ad esempio, sostengono che il gioco non vale la candela, anche perché forse è troppo tardi. Questa posizione viene espressa da quotidiani che hanno simpatie politiche assai distanti fra loro, ad esempio dal Washington Times, di ispirazione repubblicana, e dai due maggiori quotidiani di fede democratica come il Washington Post e il New York Times. Più in generale sembra strano a tutti che l’amministrazione di Washington abbia indicato una «red line», superata la quale si sarebbe passati all’intervento, nel caso fosse stato verificato l’utilizzo di armi chimiche. Per quanto queste ultime abbiano potuto produrre esiti raccapriccianti resta sempre il fatto che dall’inizio della guerra civile le armi convenzionali sono state in grado di fare danni sicuramente peggiori. E quindi perché un intervento solo adesso e quali rischi comporta sul piano della sicurezza internazionale? Continua a leggere

Cosa c’è dietro l’allarme per al Qaida?

yemen-aqap-ricin La stampa internazionale si sta chiedendo da giorni cosa c’è sotto la chiusura di 22 sedi diplomatiche statunitensi in Nord Africa e in Medio Oriente. I comunicati stampa ufficiali non sembrano rivelare il minimo dettaglio necessario per costruire un’ipotesi e alcune dichiarazioni non aiutano, anzi confondono. Ad esempio il capo dello Stato Maggiore Congiunto, Martin Dempsey, ha dichiarato alla ABC che stavolta il pericolo «è più circostanziato di quelli conosciuti in passato» e che la minaccia non riguarda solo gli Stati Uniti ma più in generale il mondo occidentale. Il 1 agosto Obama ha chiesto che si prendessero «tutte le misure necessarie» per difendere gli interessi americani da possibili attentati di al Qaida. Ora se le minaccia fosse realmente più circostanziata, e non generica come sembra sostenere la richiesta di Obama, lo scenario sarebbe un altro. Significa che la minaccia è certa ma che non è chiaro dove il terrorismo internazionale potrà colpire? Oppure la CIA ha informazioni più dettagliate sui probabili bersagli e quindi preferisce un allarme di carattere generale per non svelare le sue carte? C’è in atto un’operazione coperta e su vasta scala per cui il warning, pur generico, è necessario per far sì che tutti i cittadini americani che vivono in questi paesi – e che non necessariamente fanno parte del corpo diplomatico − adottino le necessarie misure di sicurezza? E’ buio pesto e un’ipotesi vale l’altra.  Continua a leggere